Saggi - I temi delle mostre


 

"IL VALZER DELLO ZIGO-ZAGO"

 

Testimonianze

 

a cura di Luisa Tosi

     
 
 
     
 

Elisa Granello, sarta 1907
- Ho imparato a fare la sarta dalla Bepina Giuliato e poi dalla signora Piai. Avrò avuto 10/12 anni quando, finita la quarta classe (mio padre non poteva mandarci a scuola perché eravamo in dieci fratelli, tre maschi e sette femmine), mi hanno mandato ad imparare a cucire. La mia padrona mi faceva fare sempre "sorafìli", "sotopónti", " cavalòti".
Sono stata ad imparare fino a 21 anni e non ero né in regola (allora non si usava) né in paga.
Mi ricordo che ogni tanto, di nascosto dalle altre ragazze, la padrona mi dava qualche soldo perché era più povera di me. Solo allora riuscivo a comprarmi una sciarpa o un paltò.
I contributi poi li ho pagati da sola lavorando in casa o andando nelle famiglie dove a volte restavo anche per settimane. Avevo da mangiare e da dormire, pochi soldi, ma ero fuori dalle spese.
Mi ricordo che le padrone che ho avuto non mi lasciavano adoperare la macchina per cucire: solo le più anziane potevano farlo. A casa però la mia mamma ne aveva una e io ho imparato da sola.
Quando ho deciso di mettermi per conto mio, mio padre mi ha comprato una vecchia "Caifa" tedesca, cosi potevo avere delle clienti e cucire di tutto, anche abiti da sposa. Anche a tagliare ho imparato da sola.
Adesso sono qui in casa Zalivani e, a 94 anni, continuo a cucire: cambio colli, allungo e allargo i vestiti, stringo le "braghe", faccio qualche gonna e qualche camicia; taglio ed imbastisco qui in camera mia sopra il letto.
Ho chiesto all'animatrice di procurarmi una macchina per cucire e ne ha recuperata una. Però l'ha messa giù nel salone. Allora io mi alzo alle cinque, prima che si sveglino tutti, e vado giù a cucire.
Ci vedo ancora abbastanza bene anche se adopero gli stessi occhiali da cinquant'anni.
A volte ho qualche problema con l'ago della macchina per cucire, ma poi vedo che ce la faccio e riesco ad infilare l'ago.
"Non so se xe parchè go pratica del buso!'

Giovanna Zambon, sarta 1908
- Da quattro anni sono in questa casa di riposo. Non mi trovo male ma "a casa mia stavo mejo". I miei nipoti, non ho figli, vengono a trovarmi qualche volta e mi dicono scherzando "situ ancora viva?".
Quando hanno deciso di mettermi qua dentro, ho detto "va ben, metéme pur dentro, ma vojo co mi anca a me machina da cùsar, sino no vao". Allora mi hanno ascoltato e adesso sono qua che faccio ancora qualche lavoretto cosi passo il tempo. Faccio fatica a camminare, ma a star seduta tutto il giorno senza far niente e a guardare la televisione non sono abituata. Ho cominciato a cucire da bambina e ho imparato da una vicina di casa che faceva la sarta. Più che fare cose nuove rammendava, riduceva, metteva delle pezze, aggiustava, perché allora ,di nuovo, c'era ben poco; per la maggior parte si voltavano e rivoltavano gli abiti dei grandi per passarli ai più piccoli. "No ghe gera mia tuti i soldi che ghe xe desso'. La vicina mi ha insegnato a fare i "soraftli" e i "sotopónti" cosi piccoli che non si dovevano neanche vedere. Quando ho avuto 15 anni sono andata da una sarta vera e li ho imparato a tagliare, a provare, a imbastire e tutto. Non ho mai visto un soldo ma ho imparato il mestiere. Dopo quattro o cinque anni ho deciso di mettermi per conto mio. Per un po' di tempo sono andata a cucire nelle famiglie in cambio di vitto e alloggio: la stoffa, i fili, i bottoni e tutto quello che serviva lo procuravano loro. Lì trovavo anche la macchina da cucire che allora c'era in tutte le famiglie più benestanti.
La mia prima macchina per cucire era una "Singer" e l'ho comprata a rate. Era nel '30 e mi pareva un sogno poter lavorare a casa mia quando volevo e come volevo. In principio lavoravo solo per le mie sorelle e le amiche perché non mi fidavo delle mie capacità, "gavevo paura de sbagliar', ma guadagnavo poco o niente: qualche pollo, della farina, delle uova, qualche pezzo di stoffa, soldi pochi. Poi mi sono buttata e il lavoro cominciava ad arrivare: mi ricordo che al sabato e alla domenica lavoravo di più perché dovevo finire la roba per qualche occasione. Alle volte penso a quando sono andata a prendere la prima macchina per cucire: era a pedale, bella, lucida, nera, coi disegni dorati tutti a riccioli, un sogno. Mi divertivo a farla andare forte forte con quel tic toc che volava sulle cuciture. Non sbagliava un punto: bastava regolarla. Quando mi sono sentita più sicura, ho cominciato a prendere clienti da fuori. Ce n'erano di quelle che non erano mai contente: "mi ingrossa", "mi stringe", "mi fa una piega", "mi tira"..... Allora disfa e rifai daccapo. Una volta si facevano anche tre prove prima di cucire definitivamente. Però poi era una bella soddisfazione vedere il capo finito e stirato, "el parlava da solo". A volte, prima di Natale, Pasqua o la sagra del paese, dovevo lavorare anche di notte perché erano quelle le occasioni in cui ci si faceva qualcosa di nuovo. A testa bassa sulla macchina da cucire che mi doleva perfino "el fil de a schena", con le mani distendevo la stoffa per non fare pieghe sotto l'ago e vai e vai come il vento. Le mie amiche venivano ogni tanto a vedermi al lavoro e a farmi compagnia e mi dicevano "come vala co a Singia', la chiamavano cosi per far prima. "Da dio!", rispondevo e continuavo a correre veloce anche perché a fine mese c'erano le cambiali da pagare!
Quando la "Singer" è stata finalmente tutta mia e nessuno me la poteva più portare via, mi sono messa a ballare da sola e mi pareva che quel tic toc fosse una canzone ed io cantavo assieme: "... me lo dai quel fazzolettino... ". Sempre precisa, senza perdere punti, pronta a mangiarsi spole e spolette, "rochèi de fio" e "spagnoléte".
Ho lavorato per tutta la vita, "go sparagnà un franco" e adesso lavoro ancora e faccio quel che posso "finché son viva, mi e a me Singia".

Rina M., sarta 1927
- Appena finita la quinta classe sono andata, come si diceva allora, a "imparar un mestier" che, per noi ragazzette, voleva dire "far a sartora". Sono andata dalla signora Z. e ho lavorato gratis per due anni. Al terzo mi ha dato una "colombina", 5 lire ed io, con quei primi soldi ho pensato di fare un regalo a mio padre. Ho comprato due sigari e li ho messi nella borsa a rete della spesa, cosi li ho persi subito per strada.
Al lavoro facevo sempre "sotopònti", "sorafìli" e imbastiture perché allora si faceva tutto a mano. Poi ho cambiato padrona e stavo da una sarta vicino all'Esperia; eravamo in quattro o cinque ragazze. Nemmeno lì mi pagavano né mi mettevano in regola però ho imparato a cucire le imbottiture delle giacche e delle spalle, adoperando "canevine" e "ovatte".
Io mi ero specializzata nelle spalle dei cappotti. Mettevo sopra il ginocchio la canapina ed uno strato di ovatta che sfilavo gradatamente dalla spalla in giù per darne una forma giusta ed arrotondata. Dopo anni di imbastiture mi hanno dato da fare una gonna, ma era già tagliata. Allora e solo allora ho potuto adoperare la macchina per cucire, ma io avevo già imparato ad usare quella della mia mamma, perché in quasi tutte le case c'era una macchina e quella di mia mamma funziona ancora e ce l'ha mia sorella.
Per confezionare una gonna occorrevano anche due o tre giorni perché bisognava imbastire i pezzi, fare la prima prova, riaprire i pezzi, imbastirli di nuovo, fare la seconda prova e ancora una terza prova.
Mi ricordo che solo la padrona poteva tagliare la stoffa e lo faceva di notte perché aveva paura che noi ragazze le rubassimo il mestiere e ci mettessimo per conto nostro abbandonando il posto lavoro e togliendole le clienti.
Anche le prove le faceva solo lei: noi potevamo solo porgerle gli spilli.
Quando mi sono sentita più sicura ho lavorato per conto mio utilizzando gli stampi di carta per tagliare i pezzi. Ho lavorato anche da ricamatrice e i ricami li ho sempre fatti a mano anche se poi sono uscite le macchine che ricamavano.

Romana T., sarta 1938
- Ero brava a scuola e mi sarebbe piaciuto tanto continuare e diventare levatrice come mia nonna. Invece, alla morte di mio padre, la mia famiglia mi mandò ad imparare a fare la sarta. In paese non c'era nessuna possibilità di lavoro; allora non c'erano fabbriche o attività come oggi e la mentalità era che solo i maschi potevano continuare la scuola, mentre per le femmine non era importante.
Eravamo un gruppo di ragazze a lavorare da sarta e ci dicevano sempre che dovevamo imparare guardando le più esperte. Facevamo sempre "sotopónti". A scuola di taglio ci sono andata poco, per conto mio e ricordo che a diciotto anni facevo venti chilometri di strada in bicicletta.
Di paga non si parlava di sicuro, anche perché la padrona non guadagnava tanti soldi. Valeva il cambio merce: una gallina, delle uova, cose così, soldi pochi.
Sono stata lì per quattro, cinque anni, poi mi sono messa per conto mio.
Mi sarebbe piaciuto lavorare in una sartoria di lusso, ma lì era campagna e si lavorava solo per donne: cappotti, vestiti, camicette, gonne...
Sono stata anche da un sarto per uomo ad imparare a fare le imbottiture dei colli e delle spalle. In genere il lavoro veniva pagato alla fine dell'anno agrario, a san Martino.
Allora il padre di famiglia passava dai vari fornitori a saldare chi "vansava schei".
In paese alla fine eravamo in troppe sarte e i clienti erano pochi. Se dovevo vivere con quello che guadagnavo, morivo di fame.
Si lavorava tanto anche sul "vecchio": rivoltare, accorciare, allungare, stringere...; la roba nuova era poca e gli abiti passavano di padre in figlio.
Di capi nuovi, "si e no un capo all'anno" e lo si teneva da conto: per la messa, alla festa ad esempio.
Se tornassi indietro forse farei ancora questo mestiere, ma mi piacerebbe farlo più in grande. Lavorando poi come costumista in teatro ho avuto modo di conoscere ambienti diversi e frequentare persone diverse.
E' un mestiere che mi ha dato, tutto sommato, delle soddisfazioni e mi è servito molto anche in famiglia.

 
     
 

 
 

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