Saggi - I temi delle mostre


 

Le pergamene dei Conti Onigo, 1216-1388

 

di Luisa Tiveron

 
 
Pergamena n. 150 del 1345, aprile 7.
Legittimazione di Idone, bastardo di casa Onigo,
personaggio che risulta in più atti per fare ereditare i figli.
Pergamena n. 337
La ducale 1378, giugno 21.
 
     
 

LA pergamenA
Per pelle si intende solo il tessuto di animali mammiferi, anche se in epoca moderna compaiono legature eseguite con pelli di rettili.
I mammiferi più usati, nel periodo antico, sono: cervo, capriolo, ecc. Dal XII secolo si preferiscono altre pelli: porco, bue, cavallo; in epoche più vicine compaiono il vitello, la capra e la pecora.
Il costituente principale della pelle è una proteina, il collagene, con una struttura molecolare di forma allungata ed orientata a fasci con fibre intrecciate (tipo la cellulosa) in una protofibrilla, costituente la fibrilla e, in seguito, la fibra.
Le fibre, nello strato della pelle, hanno diverse dimensioni: nella parte più interna sono più grosse e regolari, più sottili verso la periferia.
Nella sezione della pelle possiamo distinguere tre parti: la parte esterna è formata da cellule morte in continuo sfaldamento; la pare interna ha le fibre orientale quasi parallelamente perché seguono i muscoli. La parte centrale è quella per noi più importante, perché utilizzata ai nostri scopi.
Oltre al collagene, la pelle presenta grassi ed altre sostanze, dette sostanze riempitive, che le conferiscono le diverse caratteristiche.
Il derma è diviso in due zone, papillare e reticolare: la zona papillare è detta "del fiore", quella reticolare "della carne". La zona centrale reticolare presenta una maggiore resistenza, mentre la parte papillare fornisce l'aspetto estetico (grana). Il rapporto tra le due zone varia secondo la razza dell'animale e la sua età (l'animale giovane ha maggiore zona reticolare).
Nell'industria moderna si usa dividere le due regioni, ottenendo una zona superiore dall'aspetto "regolare" ma molto fragile ed una zona inferiore (pelli scamosciate) molto resistenti.
La qualità della pelle è influenzata dalla vita e dall'alimentazione dell'animale, così come dalla posizione sulla superficie del suo corpo.

LA CONCIA
Le pelli subiscono delle alterazioni, come l'accorciamento delle fibre di collagene a temperature superiori ai 60° C, oppure il loro rigonfiamento con l'acqua; se entrambi i fattori vengono applicati si verifica la gelatinizzazione.
La pelle subisce dei trattamenti che rivestono la protofibrilla e creano dei ponti chimici fra una protofibrilla e l'altra: questi procedimenti sono detti di concia.
Come prima operazione si fa asciugare la pelle sotto il sole o il sale, facendo poi seguire il rinverdimento, in cui la pelle viene lavata in acqua per 2-3 giorni, in modo la eliminare il sale e le parti riempitive e da far gonfiare le fibre. Ora la pelle viene stesa e tirata con legni e passata con una pietra, anche per togliere altri grassi e sostanze riempitive, poi viene immersa nuovamente nell'acqua per altre 12 ore circa.
Segue poi la depilazione o calcinazione, in cui si levano i peli e la zona dell'epidermide tramite piastre o pietre dotate di manico; per facilitare questo distacco si bagna la pelle con infusi vegetali (farina e cereali vari) oppure la si immerge in acqua di calce per 2-3 settimane (anche più se si tratta di pergamena: questa sarà perciò alcalina ed igroscopica). Le fibre di collagene, gonfiandosi, facilitano l'espulsione delle sostanze riempitive; dall'800, con l'introduzione del solfuro di sodio si accelerano i tempi di questo bagno, fino a ridurlo a poche ore, ma varia anche il risultato finale.
Dopo queste operazioni la pergamena è appesa e legata su un telaio di legno e posta ad asciugare per un paio di giorni, in cui si alternano bagnature e raschiature: si passa con una lama a forma di lunetta, poi con una pietra pomice, quindi si fa asciugare, tirando. In questo modo le fibre di collagene si allungano e si orientano parallelamente fra loro e coprono le porosità tipiche dell'animale: si conferisce così anche la tipica rigidità tipica di questo materiale; il grasso residuo funge da legante fra le fibre di collagene.
Oggi si usano sostanze diverse nella preparazione della pergamena, come per esempio la formaldeide, che però la rende più rigida e quasi "plasticata".

LE CONDIZIONI E LE NOZIONI DI BASE PER LA CONSERVAZIONE
Per la pergamena, essendo un materiale di origine organica, valgono le considerazioni fatte per la carta, sia per quanto riguarda le condizioni climatologiche ottimali sia per le nozioni di base sulle tecniche di conservazione.
L'antichità di reperti archeologici costituiti da pergamene, inoltre, racconta da sé la resistenza e la curabilità di questo materiale. È da sottolineare, invece, come la pergamena sia un materiale fortemente igroscopico, ancora più della carta, in grado quindi di degradarsi molto più facilmente se viene a contatto con l'acqua sia nella forma di vapore che di liquido.
Gli effetti, a questo proposito, sono principalmente dovuti al rigonfiamento delle fibre di collagene, che porta ad una deformazione della pergamena; inoltre, si favoriscono gli attacchi di tipo batterico, fungine e di muffe. Un altro danno che si presenta con maggiore facilità sulle pergamene è rappresentato dagli strappi o dai tagli provocati dal pergamenato o dallo scriba o dai tagliatori iniziali e che spesso sono stati già "restaurati" nel passato con del refe di lino o canapa, oppure con cordicine di pergamena o budello: questi interventi non verranno, se possibile, mai eliminati, in quanto ormai fanno parte del manufatto stesso.

GLI INCHIOSTRI
Prima di essere dipinta la pergamena veniva nuovamente lisciata con la pietra pomice e l'osso di seppia; per eliminare il grasso naturale si usava il fiele di bue con - talvolta - l'aggiunta del tuorlo d'uovo.
Per dare inoltre maggiore uniformità di colore la si trattava con un sottilissimo strato di gesso o di ossa animali calcinate legate da colla animale; questo serviva anche per rendere il foglio più rigido: ciò era particolarmente necessario per le tempere e le dorature. Questa operazione era fatta tenendo la pergamena ben diritta e tesa su telai mediante chiodi e quindi tale stendimento era reso irreversibile.
Prima di mettere il colore si eseguiva il disegno con una punta metallica o con la penna ed un inchiostro molto diluito o, assai raramente, con un carboncino molto sottile o con lo spolvero.
Dopo questa operazione veniva prima messo l'oro, poi i colori più chiari, quindi quelli più scuri, poi le lumeggiature ed infine veniva delineato il contorno delle figure o con l'inchiostro o con una tonalità più scura del colore; il chiaroscuro poteva essere reso mediante una serie di puntini più o meno ravvicinati.
I colori usati erano di origine organica (coloranti) ed inorganica (pigmenti), che venivano utilizzati sia come si presentavano in natura sia con delle ricette spesso segrete; venivano poi stemperati in una soluzione acquosa (o di aceto, vino birra, urina), a cui venivano aggiunte diverse sostanze:
leganti: colla di pesce, albume, tuorlo, gomme di varie piante, aglio;
sostanze igroscopiche: miele, zucchero.
Servono a mantenere una certa umidità ai colori, per evitare che seccandosi si screpolassero;
conservanti ed antisettici: realgar, canfora, chiodi di garofano, aceto;
antischiumogeni: cerume d'orecchio;
ritardanti: latte di fico, serviva per evitare una asciugatura troppo rapida;
adesivi: fiele di bue, che oltre a dare maggiore adesione ai colori conferisce loro maggiore omogeneità;
allume: serviva per creare le lacche, insolubili, brillanti e adatte per l'esecuzione di velature.
Come si vede, sono tutte sostanze chimicamente molto complesse, per cui oggi è difficile trovare la causa del degrado.
Alcune miniature potevano poi venir verniciate o per fissare i colori o per renderli più brillanti; si usava a tale scopo o l'albume o la gomma adragante (derivata da alcune leguminose) o la gomma arabica con il miele o altre gomme di origine vegetale (di mandorlo, pruno, ciliegio).

LA MINIATURA
Le tecniche di miniatura sono divise in due categorie, l'acquarello o la tempera: la differenza sta nella maggiore o minore consistenza del colore e nelle percentuali di leganti usate.
Mentre l'acquarello vuole anche un impermeabilizzante, ma è anche più stabile, la tempera è più compatta, opaca, e le immagini così eseguite possono riportarsi sulla pagina a fronte.
Mentre la tempera è più usata fino al XIV secolo, dal Rinascimento si preferirà l'acquarello, perché rende più facile l'esecuzione del chiaroscuro, la resa dell'incarnato, ecc.; questo fenomeno è più evidente in Italia.
Per la doratura, vi erano tre metodi generale: l'agguazzo, la missione e la conchiglia.
L'agguazzo è la tecnica più raffinata, con i migliori risultati estetici anche nel tempo.
Sulla miniatura tesa, nella zona interessata venivano usati più strati di gesso misto a colla animale o a bianco d'uovo; si otteneva così l'assise, rilievo che veniva poi lisciato. Sopra veniva applicato il bolo armeno, argilla rossastra che serviva a rendere il colore più "caldo" e a rendere meno evidenti le imperfezioni; inoltre ha proprietà di mordente e quindi fissa la foglia d'oro. Certe volte l'assise ed il bolo venivano mescolati assieme, poi era stesa la foglia d'oro, tagliata nelle dimensioni e forma volute, sopra questi strati precedentemente inumiditi per far rinvenire il legante. Sopra la foglia d'oro si eseguiva la brunitura, lucidata con agata o dente di animale sfregati a lungo.
Talvolta, sotto la foglia d'oro traspare un riflesso giallo o verde: il giallo era dato dallo zafferano ed il verde con una terra verde.
La missione è una miscela di resina di conifera e di olio vegetale. L'oro veniva fatto aderire a questa miscela, però non doveva essere brunito e quindi brilla di meno; inoltre il legante ha meno forza.
La tecnica a conchiglia è la più semplice: l'oro, polverizzato finemente, è usato come un colore: il risultato è più opaco, dura meno ed il colore non è uniforme.
Spesso, per avere miniature meno costose, si preparavano colori che imitavano l'oro: l'argento steso su un substrato giallo, l'oro musivo (porporina, solfuro di stagno), il realgar (minerale composto da bisolfuro di arsenico, di colore rossastro e molto pericoloso) o l'orpimento (realgar addizionato con zolfo per dare maggior forza al giallo). Anche queste sostanze avevano però un costo, per cui talvolta si prendevano i colori normalmente usati (giallo, arancio) e li si verniciava con gomme e bianco d'uovo per dare brillantezza.

 
     
 

 
 

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