Saggi - I temi delle mostre


 

"NIKOLAJEWKA 1943-2003"

 

Testimonianze

 

a cura di Francesco Zanardo

     
 
   
Alpini della Julia al riparo da blocchi di neve, dicembre 1942   Artiglierie sovietiche sul fronte tenuto dalla Julia, dicembre 1942  

La marcia degli italiani verso i campi di prigionia,  gennaio 1943

 
     
 

ENRICO BENAZZI
Reparto Munizioni Viveri del gruppo Bergamo, 2° Reggimento Artiglieria da Montagna

Nel giorno precedente la battaglia di Nikolajewka, l'avanguardia della Divisione TRIDENTINA in ripiegamento era composta dai resti del Battaglione VAL CHIESE, dalla 33^ Batteria e dal R.M.V. del Gruppo BERGAMO del 2° reggimento Artiglieria da montagna.
In serata tali reparti occuparono le isbe che costituivano l'abitato di Arnautowo.
Verso le 23 giunse ad Arnautowo un autoblindo tedesca da ricognizione, i cui serventi comunicarono che una grossa forza russa si stava avvicinando.
L'allarme portò un certo scompiglio tra gli uomini colti nel sonno; iniziarono ad arrivare colpi di mortaio nell'abitato.
Iniziata la resistenza, i pezzi della 33^ avevano aperto il fuoco, sparando con le granate a tempo spolettate a zero, per respingere i travolgenti assalti della fanteria russa.
I russi avevano piazzato in una balka una mitragliatrice pesante che da lontano batteva la nostra zona, impedendoci di muoverci, allora chiesi chi si offriva volontario per uscire con me e far tacere quell'arma.
Mi seguirono in cinque, piano piano, strisciando nella neve e spesso affondandovi, riuscimmo a portarci sul rovescio della posizione tenuta dai russi, ci avvicinammo a tiro di bomba a mano e tutti insieme lanciammo ognuno una bomba sulla posizione, delle sei lanciate solo due scoppiarono, le altre rimasero inesplose.
Le due ci permisero di portare a compimento l'azione e di impossessarci dell'arma che portammo con noi nel perimetro difensivo.
Le ore intanto trascorrevano ed iniziava ad albeggiare, ricordo chiaramente che un plotone del VAL CHIESE cercò di portarsi a tergo dello schieramento nemico per attaccarlo e per attuare questa manovra doveva necessariamente attraversare un passaggio scoperto e battuto da un'altra mitragliatrice russa.
Ai primi albori della mattina i russi pensarono bene di stroncare la resistenza degli alpini, usando anche due pezzi anticarro, che avevano avvicinato alle nostre posizioni. Si vedeva chiaramente, in distanza, l'affaccendarsi dei serventi intorno ai due pezzi, con ruote gommate e dipinti di color cachi. Scelto un puntatore, che passava per il più bravo della 33^ Btr., disponemmo l'unico pezzo efficiente a ridosso di una staccionata di vincastri, una di quelle che delimitano, in quella regione le varie case e riparano le isbe dalla tormenta, permettendo così che la neve si ammucchi sul rovescio.
Il pezzo al riparo fu approssimativamente puntato, caricato e poi un tratto della staccionata fu abbattuto, per permettere al nostro pezzo di sparare ed uno russo si offrì come magnifico bersaglio per i nostri artiglieri.
Il primo colpo sparato da noi risultò corto, i russi immediatamente risposero al fuoco, cercando a loro volta di colpirci, per il secondo colpo ebbi l'ispirazione di gridare ad alta voce al puntatore "alzo in più 5", la granata con tale correzione volò, permettetemi di dirlo, diretta sul pezzo nemico, lo colpì verso la parte mediana e mise fuori combattimento sia il pezzo che i serventi.
Restava ancora il secondo pezzo russo il quale riavutosi dalla sorpresa aveva iniziato a spararci; i colpi allora del nostro unico 75/13 si rivolsero contro di lui e a tiro diretto, con altri cinque colpi, anche quest'arma fu messa a tacere.
Il duello di artiglieria era stato seguito con grande interesse dai nostri e dai russi. Quando finalmente i nostri ebbero la certezza che l'artiglieria aveva vinto, si sentirono urla di gioia rivolte al nostro indirizzo.
A me, per tutti gli artiglieri presenti, toccò la più bella ricompensa che avessi potuto sperare, il fraterno abbraccio, in segno di plauso, del Comandante degli Alpini. Da quel momento coloro che avevano resistito tutta la notte ad Arnautowo ebbero la certezza che presto sarebbero stati salvati dalla colonna della Divisione, che sicuramente sarebbe venuta avanti per riprendere l'azione di sfondamento ed investire in forze Nikolajewka.

 
 
 
 

ANSELMO BOLZAN
35" Batteria, Gruppo Val Piave, 3° Reggimento Artiglieria Alpina

Appartenevo alla 35^ Batteria del Gruppo Val di Piave, comandata dal capitano Alberto Aurili. Dopo la battaglia di Kopanki ero uno dei tanti nella marea di sbandati diretti verso ovest. Alla mattina per tempo, del 26 gennaio '43, si doveva attraversare un fiume gelato, chi attraverso un ponte e chi attraverso le acque ghiacciate.
L'artiglieria russa aveva cominciato a sparare. Io attraverso il fiume e corro a proteggermi sotto una scarpata; alcuni colpi di calibro abbastanza grosso arrivano sul fiume che era gremito di soldati, di slitte e feriti; un colpo giunge proprio vicino ad una di queste ed il fiume se la ingoia con tutto il suo carico.
Guadagnai l'altra sponda e qui mi accorsi che la colonna camminava molto a rilento; vidi lungo la pista molte postazioni russe con molti soldati morti; mi resi conto che le cose erano molto serie. Arrivato in cima al pianoro, vidi una massa di soldati fermi; ufficiali che scrutavano con binocoli il paese che ci stava dinnanzi. Seppi poi che quel paese era Nikolajewka. Saranno state le ore 13. Tutti a terra!
Due aerei russi passano mitragliando e lasciano cadere alcune bombe che esplodono a pochi metri da me; rialzandomi ho dovuto constatare i tristi risultati!
Tornata un po' di calma e girando fra la massa dei soldati, ritrovo il mio capitano, ufficiali e soldati della mia batteria e della 36^. Il capitano ci dice di restare tutti uniti perché "laggiù c'è da combattere per tutti".
Egli va a consigliarsi con gli altri ufficiali che non conosco e poi torna da noi. Quante armi abbiamo? Io e qualche altro artigliere abbiamo il moschetto con pochi colpi e qualche bomba a mano; il sottotenente Quarti ha un parabellum russo con una cinquantina di colpi. Il capitano ci fa capire chiaramente che bisogna andare a dare una mano agli alpini che stavano combattendo nel paese (erano quelli della Tridentina) altrimenti nella notte moriremo congelati. Se sfonderemo avremo una possibilità di tornare a casa.
Cominciammo ad avviarci ma non appena in cima alla dolina che ci protegge, è arrivata una scarica di artiglieria; molti sono i feriti e molti si gettano in cerca di protezioni. Il capitano grida: "Aiutiamo i feriti fino a sotto il terrapieno e poi si vedrà". Di fronte a noi c'è una scarpata che ci avrebbe protetti dal tiro. Raggiungo la scarpata, salgo in cima e vedo che si tratta di una ferrovia; mi volto indietro e vedo la marea di sbandati (di tutti i reparti) che ci sta seguendo, forse animati dalla nostra decisione. Tutti si accalcano lungo questa scarpata. Oltrepasso il binario della ferrovia e vedo, nascosto dietro la piccola stazione, un pezzo da 75/13 (della Tridentina) che spara. I serventi sono stremati. Vado ad aiutarli; è un inferno di colpi che arrivano! Mi sposto un po' fuori dal fabbricato per vedere da dove venivano i colpi e mi accorgo di una fiammata che parte da un'isba a circa 200 metri; avverto subito il tenente che comandava il pezzo; lui si accerta e poi ordina di spostare il pezzo allo scoperto e di sparare su quell'isba a tiro diretto. Il puntatore, alto zero, centra con il primo colpo l'isba e con il secondo il pezzo.
Saranno state le ore 15.00-15.30 quando quel pezzo fu messo a tacere. Potendomi muovere mi accorsi che vicino c'era un sottopassaggio della ferrovia. Là tanti alpini giacevano morti!
Tutta la massa di soldati che si era portata dietro la scarpata, incominciò a passare, ed il pezzo da 75/13 fu sommerso da questa marea. L'ufficiale gridava di stare al largo altrimenti ci saremmo uccisi tra di noi. Ma nessuno lo intendeva e l'ufficiale dovette far cessare il fuoco. Anch'io mi avviai come tutti, verso il paese; avevo finito i pochi colpi della mia carabina ed ero nelle mani della Provvidenza. Incontrammo un autoblindo paralizzata dalla marea di soldati che arrancava per raggiungere il paese; l'ufficiale che era sopra gridò di far largo.
Seppi poi che era il generale Nasci. Alcuni alpini mi domandano:"Dov'è il Val Cismon?". "E chi lo trova in questo caos?" rispondono. Capisco dalla pronuncia che quelli erano miei paesani. Sì, uno è proprio del mio paese, è Primo Bonetto. Chiedo: "Ma come mai voi venite verso di noi e noi andiamo verso di là?".
Mi dicono che erano stati fatti prigionieri dai russi e che si trovavano proprio in quell'isba che noi poco prima avevamo centrato e che ora stava bruciando. Saranno state le 16.00. Ormai la sera sta calando. Ora c'è un po' di calma e la fame e la sete prendono il sopravvento. Vago, come tutti, per le isbe in cerca di cibo; dopo una prima ispezione senza risultato, entro in una seconda isba, assai grande, e vedo del pane ancora fumante! Fatto a pagnotte proprio come quello nostrano! Mi sembra un miraggio. Ne prendo quattro e mi affretto ad uscire, ma ormai l'uscita è preclusa da tutti gli altri che stanno entrando. Raggiungo l'esterno per una finestra, dopo aver rotti i vetri con un piede dacché le mani erano occupate dalle pagnotte!
Ora c'è da pensare al freddo, che ormai si fa sentire sempre più. In lontananza solo qualche raffica. Incontro il mio compagno di batteria Marino Moser, che è alla ricerca di acqua; vuoi farsi un po' di brodo caldo perché ha potuto scovare un pezzo di carne. Prendiamo l'acqua ed entriamo nella casa senza vetri, ma sempre meglio che fuori. Là c'è anche il capitano della mia batteria, ed i sottotenenti Quarti, Antonioli e Ferrazzi; avevano acceso un fuoco e stavano asciugandosi scarpe e calze. Quando mi vedono arrivare con quelle pagnotte si mettono a gridare dalla gioia. "Ma questo è un miracolo, del pane fresco in mezzo a tanto inferno!"
Quella notte abbiamo dormito là.

 
 
 
 

ERMINIO FIACCHI
marconista Genio Alpino Tridentina

Il 26 Gennaio 1943 alle ore nove sopra ima collina, al freddo e distesi sopra un manto di neve era schierata la TRIDENTINA, o meglio quello che ne era rimasta.
Uomini che non sembravano più tali, dai mille patimenti, ma ancora in grado di ragionare e di combattere. Dietro a noi una massa enorme di sbandati che come noi, hanno patito e sofferto, attende ancora una volta che facciamo saltare quella cerniera che permetterà a molti la salvezza, il ritorno. Armamento quasi nullo. Diamoci un valore: 100. Di fronte i russi-ben vestiti con giacconi e tute imbottite di piuma, pancia piena, entro le loro case trasformate in tanti piccoli fortini. Armamento 1000. Vista la differenza. La battaglia durò per tutta la giornata, cruenta e feroce con alterne vicende ma non si sfondava, attacchi e contro attacchi le forze venivano sempre meno, troppa disparità.
Intanto si avvicinava la sera. Dalla steppa proveniva un venticello poco rassicurante, certamente avrebbe portato nella notte una temperatura oltre i 40 gradi sotto lo zero, che vuol dire morte sicura per chi è costretto a rimanere all'aperto in quelle condizioni in cui eravamo. Addio Tridentina, addio Italia, addio casa. Quasi tutti eravamo rassegnati al nostro destino.
Diventare tante gavette di ghiaccio unendoci a quei molti compagni che ci avevano preceduti. Ma il generale Reverberi "comandante della Tridentina" non si diede per vinto, giocò il tutto per tutto. Salì su un carro tedesco privo di munizioni e poca benzina. Si aggrappò alla torretta e, rivolgendosi alla massa composta di feriti, congelati, disarmati, sbandati, pochi resti della Julia e della Cuneense, li scatenò verso il Paese al grido di "TRIDENTINA AVANTI!!!", confidando che gli alpini lo seguissero. E infatti la marea partì seguendo il suo comandante. Si formò una valanga umana, quei straccioni si trasformarono in tanti leoni, travolsero tutto e tutti. Russi, cannoni, mortai e perfino carri furono ridotti al silenzio. Cadevano come mosche, ma la valanga continuava nella sua marcia fino alla totale presa di Nikolajewka e così il paese passò in nostre mani facendo cadere l'ultima carniera.
La via era aperta, la salvezza era a portata di mano. Ma per i sopravvissuti il destino riservava ancora sofferenze e morte. "Non più sangue sulla neve" ma bensì quattro giorni di marce estenuanti, interrotte da qualche ora di riposo, tra tormente di neve e con il termometro sui quaranta-quarantacinque sotto lo zero. La morte bianca era lì sempre pronta a ghermire i più deboli. Finalmente! Il trenta gennaio siamo veramente fuori entriamo nelle linee tedesche dove troviamo ad attenderci i camion italiani che portano via i feriti e congelati. Gli altri? continueranno a camminare... camminare... camminare...

 
 
 
 

ETTORE FRASSETTO
Btg. Val Cismon - 7° Rgm. Alpini. Inviato in Russia col 9° Rgm.

Venni chiamato alle armi il 5 febbraio 1942 a Feltre, inquadrato nel battaglione Val Cismon del 7° Alpini, con l'incarico di soldato mortaista. Nell'agosto del '42 col 9° Rgm. Alpini venni prima trasferito a Gorizia e poi inviato in Russia dove giunsi il 16 agosto.
In linea sulle posizioni del Don, partecipai a vari combattimenti fino al cedimento delle linee ed il successivo ripiegamento, la ritirata, che per me durò 17 giorni. Ferito alle gambe da alcune schegge e con un principio di congelamento, venni caricato su di un camion e portato nelle retrovie. Il 6 febbraio sono stato poi ricoverato all'ospedale militare di Varsavia in precarie condizioni di salute, il mio peso non superava i 40 Kg, dove mi è stata amputata la gamba sinistra, con esiti di congelamento sulla destra. Fui trasferito successivamente all'ospedale di Merano ed in quello di Bologna.
Dopo vari ricoveri e lunghe convalescenze sono stato definitivamente congedato il 18 aprile del 1944.
Dei giorni della tragica ritirata ricordo ancora con angoscia i passaggi a bassa quota di aerei russi che gettavano volantini in italiano ed incitavano alla resa i soldati italiani. Eravamo sempre in movimento, con continui spostamenti da un paese all'altro, costretti anche a spalare la neve per sistemare la tenda con temperature a -35. La notte di Natale, bivaccati vicino a delle isbe, sentimmo pervenire da una di queste, suonato al pianoforte, "Tu scendi dalle stelle". Quel suono, che rievocava i ricordi dei nostri cari e della nostra patria lontana, per qualche minuto ci ha fatto dimenticare l'orrore che stavamo vivendo. Come tanti altri reduci di Russia ricordo delle tragiche condizioni di ritirata, senza mezzi né viveri, né indumenti adatti. In particolare ricordo di non aver trovato scarpe e di aver camminato coi piedi avvolti in stracci.
Oltre alla sofferenza fisica per il congelamento ai piedi e alle mani mi tornano in mente gli amici che ho dovuto abbandonare lungo il percorso e che non ho potuto aiutare in alcun modo.
"Vai Ettore, vai! Non ti fermare" mi gridava con tutto il fiato che aveva Gino Polles di Giavera, quando solo dopo quattro giorni non ce la faceva più. Gino è stato dichiarato disperso come Giuseppe Gottardo sempre di Bavaria e tanti altri amici.
Anche i rapporti con l'alleato tedesco non furono dei più sereni, ricordo che non ci lasciarono anche per soli pochi minuti nelle isbe che occupavano per ripararsi dal freddo e che per buttarmi giù da un carro, al quale mi ero aggrappato, un soldato tedesco mi colpì ripetutamente con la baionetta provocandomi ferite che mi furono poi considerate danno fisico.
Altro costante ricordo è la fame che attanagliava tutti noi soldati italiani e che era alleviata solo da quel poco che si trovava nei campi e da quel poco che si riusciva a rubare ai ben più fomiti soldati tedeschi.
Tra tanta tristezza ed amarezza un solo ricordo positivo: un soldato tedesco stava mangiando pane e marmellata e accortosi che lo stavo osservando con occhi imploranti, spezzò un pezzo di pane e me lo passò.

 
 
 
 

ANTERO ZANGRANDO
5° Reggimento Lanceri di Novara

È il crepuscolo del 23 gennaio '43. La tormenta è cessata, il cielo è limpido, forse avremo un po' di sole. Pigramente seguo la colonna, altrettanto pigra. Storditi dal sonno si camminava sulla neve come sonnambuli. Le poche energie erano divorate dalla fame e dalla stanchezza. Lungo la pista non si contano i "mucchietti grigi" di soldati assiderati. Nessuno ci fa caso, spesso si scavalcano con il passo lento e incerto, perché bisogna proseguire. Incontriamo un'isba diroccata per un incendio, su un fianco barcolla una lunga antenna. Mi scosto di pochi passi e ci giro intorno. Dietro mi gela una vista terrorizzante: otto soldati tedeschi sono ammucchiati come una cassetta da legna, quattro sotto e quattro sopra, posti di traverso rispetto a quelli sotto. Forse era un piccolo presidio per comunicazioni via radio.
Di sicuro è opera di partigiani. Rientro disgustato nella colonna.
Mi sento sfinito, è il momento di accendere una sigaretta, "bere", un po' di neve e un sorso di cognac. Il cammino divenne agonia, la fame divenne rabbiosa nello stomaco senza poterla saziare; le gambe sempre più legnose, il sonno e la stanchezza intorpidivano la mente.
Richiedevano alla volontà un grande sforzo per reggersi e proseguire. L'esposizione prolungata ai rigori del gelo moltiplicava le sofferenze. Un pensiero ai famigliari, una preghiera al Signore, mi aiutavano a non ascoltare tanto tormento.
Fra poco sarà buio.
Alle cinque del mattino il reparto alpino parte da Malakiyewa.essendo d'avanguardia della Tndentina, diretto a Nikitowka, Un breve saluto e tanti auguri. Erano di Como.
Durante la notte la temperatura era scesa di molto, era insopportabile.
Cosa faccio ora? Sono partiti tutti, sono rimasto solo. Esco. Mi guardo attorno, nel buio vedo ombre di alpini che caricano le slitte, assestano i basti di muli, si radunano a gruppi, pronti a partire: era la testa della Divisione Tridentina con le sue compagnie pur decimate ma salde e ordinate, sempre pronte ad aprire un varco, combattendo. Non passa tanto tempo che odo richiami, urla di tedeschi, ungheresi, italiani che gridavano per ottenere la precedenza per entrare nelle isbe, ancora tiepide.
Decido di fermarmi fino all'alba e ripartire, magari da solo.
Era gente inferocita, forsennata, capace di uccidere, pur di rubare ad un altro il posto caldo. Mi confortava il fatto di essere a ridosso della Tridentina: avevo camminato più degli altri, ringraziando il Signore e il mio Angelo Custode (mia madre). Una forte e gelida tormenta di neve spira da nord-est. Cerco di assestarmi sulle spalle la mia unica coperta, trattenendone gli angoli sotto il cinturone. Che nevicata! Quanto freddo; ancora un sorsetto di cognac e avanti. La colonna, che mi precedeva di un chilometro forse, si arrestò sulla pista in un fondo vallone fatta segno di colpi di cannone russi. Un pezzo controcarro tedesco diede man forte alle compagnie della Tridentina, che dopo un'ora si era aperta la strada. Cadaveri di alpini e di russi giacevano sulla pista, presto coperti di neve. Si camminò per tutta la giornata e all'imbrunire del 24 gennaio si raggiunse Nikitowka. Un grosso paese, abitato, con isbe sufficienti a dare ricovero a molti derelitti. Ebbi la fortuna di arrivare fra i primi dell'immensa colonna degli sbandati, per cui dai civili, impietositi, potei avere un po' di cibo. Una donna, toltami la coperta dalle spalle, si accorse che ero un ufficiale, mi guardò esterrefatta, dalla testa ai piedi e si portò le mani alla testa.
Penso che avesse notato la mia giovane età. Mi tolsi i guanti, mi guardò le dita, fece un sospiro, mi prese una mano e con l'altra cercava di sentire la mia temperatura, prima col palmo, poi con il dorso. Parlottò con la figlia, una ragazzina, che sparì per alcuni secondi e ritornò con un secchio di neve. Cominciò a strofinare sul dorso e sul palmo, a lungo, finché sentii il tatto ed il calore della sua mano. Guardò i miei e disse niet - niet - no - no. Indossavo un paio di guanti di pelle a cinque dita, rivestiti di lana, sopra a questi i guanti (di lana?) forniti a tutti i soldati del fronte russo; libero il pollice e l'indice, le altre dita in unico pezzo. Compresi che avevo un principio di congelamento alle mani. La donna mi offrì una ciotola di miele ed un pezzo di pane. Sentivo un gran desiderio di sdraiarmi.
La ringraziai più volte "spaziba" grazie, e mi distesi sul pavimento. La casa si era riempita all'inverosimile di soldati affamati e stanchi.

 
 
 
 

IN RUSSIA COL '91
di Sergio Zannol

I nostri Alpini parteciparono alla Campagna di Russia con un armamento che non poteva considerarsi del tutto soddisfacente. Il tanto bistrattato fucile modello '91 era abbastanza in linea con i fucili della stessa categoria impiegati dagli altri eserciti. Era un fucile a ripetizione ordinaria con alimentazione a pacchetto caricatore da 6 colpi, abbastanza preciso ed efficiente. Distribuito sia nella versione lunga (fucile) che corta (moschetto da Cavalleria e per Truppe Speciali).
Nel fronte opposto troviamo il fucile a ripetizione ordinaria Mosin Nagant mod. 1891 (quindi contemporaneo al nostro) e la versione successiva mod. 1891/30, anche qui nelle versioni fucile e moschetto. Il Mosin era alimentato con lastrine di caricamento della capacità di 5 colpi.
Noi italiani eravamo in grande disagio, rispetto; all'esercito russo, nelle armi automatiche e semiautomatiche. Eravamo del tutto sprovvisti di fucili semiautomatici, mentre i russi disponevano sia dei Tokarev mod. 1938 e mod. 1940 che dei Simonov mod. 1936. Nella categoria dei cosiddetti "mitra", i russi disponevano del PPSh mod. 1941 (il famoso "pepescià") distribuito in larghissima quantità ad ogni genere di truppa. Questo mitra disponeva del caratteristico caricatore a tamburo, capace di contenere ben 72 colpi, che ha fatto dire a molti nostri soldati che "non finiva mai di sparare". Inoltre disponevano di vari altri mitra e pistole mitragliatrici. La grande capacità di fuoco del "pepescià" portò i tedeschi a modificare la loro famosa Maschinen-Pistolen 40 (MP 40) con l'alimentazione a doppio caricatore che portò la capacità a 2x32 colpi. Anche noi, però, disponevamo di un ottimo mitra: il Moschetto Automatico Beretta M.A.B. mod. 1938A (da noi si è sempre usata questa terminologia per indicare i mitra).
Quest'arma è stata considerata, a ragione, anche dagli avversari come una delle migliori della sua classe impiegate durante il secondo conflitto.
Purtroppo, però, per l'ottusità e lo spirito di economia dimostrato nelle varie guerre dai nostri servizi logistici, questa valida arma rimase per lo più rinchiusa nei vari magazzini, per rimanere alla fine in mano ai russi, senza mai aver sparato un colpo. Oltre agli alpini del Big Monte Cervino, il M.A.B. 38 A venne distribuito solo a pochi fortunati. Una sua più larga distribuzione non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra, ma avrebbe reso qualche battaglia più facile ai nostri soldati. Un altro punto dolente era rappresentato dai fucili mitragliatori. Noi disponevamo del Breda mod. 1930: arma ben costruita (un gioiello di meccanica), ma con molte pecche concettuali che la rendevano delicatissima. Innanzi tutto il sistema di alimentazione, costituito da un serbatoio che doveva essere alimentato con lastrine di caricamento da 20 colpi.
Questo sistema, sia per la delicatezza delle lastrine, sia perché queste dovevano essere sempre piene dei 20 colpi per poter essere impiegate, fece disperare in più occasioni i nostri soldati, quando si trattava di ricaricare l'arma, magari al buio e sotto il fuoco nemico. Inoltre necessitava di una continua ed abbondante lubrificazione, ottenuta con una scatola per il lubrificante ed una pompa a pistoncino che permetteva la lubrificazione della cartuccia. Doveva essere impiegato l'olio Breda per armi, ma si può ben immaginare cosa poteva essere utilizzato in quel lontano teatro di guerra. I russi, invece, disponevano degli efficienti fucili mitragliatori Degtyarev DP 1928 e DT 1929, alimentati sempre con caricatori circolari da 42 e da 60 colpi rispettivamente. Nella sezione mitragliatrici pesanti disponevamo dell'ottima mitragliatrice Breda mod. 1937 e dalla versione migliorata della mitragliatrice Fiat della prima guerra mondiale, la Fiat mod. 1935. Per la Breda, l'unico difetto era rappresentato dal sistema di alimentazione a lastrina, mentre la Fiat disponeva di un più valido sistema di alimentazione a nastro. I russi oltre alle anziane Maxim PM 1910 con raffreddamento ad acqua, disponevano della valida Degtyarev 1938 in calibro 12,7 mm con affusto a ruote.
Come mortai i nostri alpini disponevano del mortaio d'assalto Brixia mod. 1935 in calibro 45 mm, che impiegava delle piccole bombe del tutto inadatte a terreni innevati o sabbiosi in quanto, per il peso ridotto, rischiavano spesso di non scoppiare. Ottimo era, viceversa il mortaio da 81 mm mod. 1935.

 
     
 

 
 

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