Saggi - I temi delle mostre


 

falci e martelli, tenaglie e "britoe"
con tre banchi da falegname 

 

Zompini, le arti che van per via e la fine di un'epoca

 
 

di Antonio Fossa

 
     
 
 
 

Incisioni tratte dall'opera "Arti che van per via" di Gaetano Gherardo Zompini (1700-1778)

 
     
 

L'avventura terrena di Gaetano Gherardo Zompini (1700-1778), pittore ed incisore, coincide quasi con il Secolo che termina con la Rivoluzione Francese: notoriamente, la fine di un'Epoca. Il Settecento è anche l'ultimo secolo della millenaria Repubblica di Venezia, il secolo del crepuscolo, ma di un crepuscolo dorato attraverso il quale gli uomini di quel tempo hanno faticato ad intravedere il prossimo futuro o, forse, non lo hanno voluto vedere, come ci testimonia, tra l'altro, anche la vicenda editoriale delle "Arti che van per via", l'opera per la quale Zompini è ricordato.
Sono noti pochi documenti riguardanti la sua vita, poco è rimasto anche delle sue opere pittoriche. Non molto precise sono le note biografiche storiche, mentre un suo ritratto, opera di Alessandro Longhi, si trova al Museo Correr.
Zompini nasce a Nervesa il 24 settembre del 1700 in borgo Piave, posto lungo le rive del fiume ed ospitante professioni ed attività artigianali per lo più connesse con i traffici commerciali che da sempre si svolgevano lungo il corso ed attraverso il fiume: oltre al porto fluviale dove avveniva il cambio (tra bellunesi e nervesani) degli equipaggi delle zattere che portavano merci a Venezia, vi era anche un passo barca. Un capitello dedicato a San Nicolò, patrono degli zatterai, stava al centro della piazza intorno alla quale si raccoglieva il borgo.
Il fiume era ben più ricco di acque di oggi e costituiva il più importante asse di comunicazione - una sorta di moderna autostrada - tra monti e laguna, mentre il passo barca rappresentava un passaggio obbligato per chi si spostava lungo la Pedemontana. Nervesa era quindi una specie di nodo intermodale ante litteram. Con le merci si spostano anche gli uomini e con essi le idee ed i racconti, e questo aveva sicuramente un benefico effetto sul modo di pensare della gente, sulla loro apertura mentale: c'è da ritenere che lo ebbe anche sul giovane Zompini.
Quella di Gaetano era una famiglia di zatterai che vivevano in una casa accostata a quella di altri zatterai, una casa un po' speciale, abitata una volta dall'umanista Gerolamo Bologna1. Probabilmente qualcuno si sarà accorto delle buone attitudini per il disegno di Gaetano e papà Andrea, otto figli sulle spalle, pensò bene di mandarlo a bottega a Venezia, dal rinomato (allora) pittore Bambini, dove apprese le tecniche ed andò creandosi poi un suo stile personale ispirato a quello del rinomato pittore Sebastiano Ricci. È quasi coetaneo del veneziano Giovanni Battista Tiepolo, che ebbe un successo ed una fama molto maggiori di Zompini. Più avanti (1756) furono entrambi membri dell'Accademia veneziana della quale Tiepolo fu il Presidente. Oltre che a Ricci, è a Tiepolo che il nostro pittore si ispira e, tra le sue opere, forse le migliori sono proprio quelle che maggiormente godono di questa influenza.
Dipinge molto a Venezia, nelle chiese dei Frari, dei Teatini, in S. Ubaldo, per citarne alcune, mentre fuori città opera molto raramente, come nella chiesa dei Serviti di Gradisca o di San Lorenzo di Arcade. Dipinge quadri, anche su commissione, per la Corte spagnola; alcuni lavori sono per committenti olandesi, russi, inglesi. Produce anche incisioni, oltre a quelle delle Arti, con soggetti religiosi, pastorali e mitologici.
A Venezia gli echi del cambiamento che si annuncia ormai prossimo inducono all'allarme, ma non generano mutamenti significativi.
Le novità che sembrano alle porte sono paragonate al lontanissimo ricordo di Attila, cosa che chiarisce anche il valore ed il significato che ad esse viene attribuito. In realtà il "nuovo" è l'Illuminismo. Mentre Zompini vive l'ultimo terzo della sua vita, in Francia vede la luce l'Encyclopédie; di Venezia Jean Jacques Rousseau aveva conoscenza diretta, avendovi soggiornato nella prima metà degli anni '40 come segretario dell'ambasciatore francese.
Nel Contrat social (1762) la Repubblica viene definita "un état depuis longtems dissout" ("Uno stato da tempo dissolto")2, una sorta di fantasma che non ha ancora coscienza di essere tale, che crede di essere ancora vivo. I tratti del futuro prossimo si intravedono anche in un dato tremendo per Venezia: nel 1770 il movimento portuale della asburgica Trieste supera per la prima volta quello del porto lagunare. Un futuro segnato dunque, che finirà, come ricorda Franco Venturi con una bella citazione, quando "Napoleone verrà a dare l'ultima spinta ad un processo che andava maturando da decenni nei più diversi centri della Repubblica di Venezia. Allora quasi cadrà «come uno specchio infranto»"3.
Risale al 1746 la richiesta di privilegio (una sorta di "diritto d'autore") di Zompini relativa alle Arti che van per via, che gli viene concesso l'anno successivo. Quindi, mentre il pittore lavora producendo convenzionali pitture di soggetto religioso con qualche escursione di tipo mitologico, matura in lui il progetto di un lavoro totalmente diverso, di rottura con il passato, che realizzò nel passo degli anni '50.
L'opera si compone di 60 tavole, su un progetto di 100, il cui indice compare nell'avviso "Agli amatori delle stampe"4; sono inoltre noti 95 disegni preparatori e 4 tavole inedite della serie, che non fu completata, forse a causa dell'insuccesso editoriale della prima edizione.
Ogni tavola edita è accompagnata da tre versi in rima (ABA), attribuiti all'amico sacerdote Questini.
Cosa possa aver indotto Zompini a progettare e poi a realizzare quelle tavole può essere solo frutto di congettura, mancando documenti attendibili che possano aiutare a rispondere alla domanda. Tuttavia, alcune considerazioni sono proponibili. Zompini non riuscì mai ad uscire dallo stato di indigenza in quanto non divenne mai un "grande" pittore ben pagato. Fu aiutato da un mecenate che lo stimava, Antonio Maria Zanetti, Custode della Pubblica Libreria di San Marco, cosa che gli permetteva di sopravvivere, avendo una famiglia numerosa cui provvedere. Questa sua condizione di vita gli avrà fatto conoscere bene la realtà della povertà che la decadenza della Repubblica stava producendo e diffondendo in tutta la terraferma ed in modo sempre più evidente anche in Venezia. In città cercano un destino gli uomini e le donne espulsi dalle campagne, fauna che sopravvive con attività che si potrebbero definire "di nicchia", come il codega (portatore di lume) della tavola 7, una delle più belle della raccolta ("De note, ora ai teatri, ora al Redutto / Son quel che col feral serve de lume; / E pur che i paga mi so andar per tutto") dove, incidentalmente, vediamo anche un'aristocrazia che non abbonda di servitù.
Tuttavia nelle Arti non vi è alcun segnale di uno Zompini "politico", in ogni caso impensabile nella Venezia del '700: i disegni non sembrano essere che pure rappresentazioni, senza tracce di denuncia quando non esprimono cinico distacco. In ogni caso parlano di poveri lavoratori ("...La strussia è granda, e se ne chiapa pochi" - tav. 13), che provenivano, come detto, in molti casi dalla terraferma ("Mi costa zerla vengo fin da Role, / E pignate furlane vendo: st'altro / Gha in sti cesti da Padoa te-chie, e ole" - tav. 14) che vivono in un mondo di poveri ("In sti canestri gho del pesse aposta / Da poco prezzo per la povertae, / Che in pescaria se vende quel che costa" - tav. 32), che si tolgono solo raramente qualche sfizio ("Su le Sagre, e spesso anca in altri lioghi / Frittolazze mi vendo col zebibo / Che ve imprometto le ghe impata ai Cuoghi" tav. 31).
Ma forse proprio in questo spietato apparente distacco sta il valore della serie zompiniana, che colpisce sotto la cintola la società del tempo, perché è come se dicesse: "ecco qua come si vive oggi VERAMENTE nella Venezia del popolo". Discorso questo che, come detto, non piace. Giampiero Bozzolato, nel bel volume edito in occasione del duecentesimo anniversario della morte, spiega che l'opera di Zompini "era [...] esterna a quelle esigenze del potere che si ritrovavano tutte soddisfatte sotto i cieli eternamente incantati dei grandi del vedutismo veneto e nelle magiche fantasticherie delle composizioni tiepolesche" e ancora: "Le Arti dello Zompini erano diverse, violente, nuove e quindi pericolose o almeno incomprensibili: l'ampiezza e la gravità del divario tra le esigenze interne alla società veneziana e la rappresentazione zompiniana di uno dei momenti più delicati del sistema politico-economico veneziano e cioè di quella valvola di sfogo alla miseria e alla disoccupazione che era data dall' "andar per via", fu certamente immediata e clamorosa..." 5
Quanto detto spiega perché la prima edizione del 1753 fu un disastro e bene non andò nemmeno la seconda, tra 1785 e 1786, nonostante i tempi fossero ancora più maturi e si fosse alle porte della rivoluzione francese, anno nel quale Venezia contava 22.000 poveri su una popolazione di 136.000 abitanti.
Muore Zanetti nel 1767 e Zompini nel 1778, dopo aver trascorso gli ultimi anni in modo assai disagiato, afflitto da una malattia alla vista che alla fine lo aveva reso cieco. Le lastre delle Arti finiscono nel 1784 nelle mani del Residente inglese John Strange, intenditore e mercante d'arte, che le acquista dagli eredi dello Zanetti. Egli incarica un suo agente, Giammaria Sasso, di scrivere una Memoria, sulla quale poi lo stesso Strange interviene, che raccontasse la vita e le opere di Gaetano Gherardo Zompini. Non è un lavoro accurato, come testimoniano imprecisioni ed errori, come quello relativo alla data di nascita, anticipata di due anni, tuttavia rimane la fonte più importante di informazioni sul pittore ed incisore nervesano.
Nel 1787 Strange lascia la città e torna in patria portando con sé le lastre delle Arti.
Inizia qui la fortuna artistico-commerciale del lavoro di Zompini, testimoniato dalle numerose edizioni britanniche. L'Inghilterra del tempo si sta avviando all'apice del suo potere imperiale, che maturerà dopo la definitiva sconfitta di Napoleone e durerà per quel secolo che comunemente viene associato al regno della regina Vittoria. Ciò che è in qualche modo decaduto, decadente e medievale suscita la curiosità un po' morbosa della società britannica, per la quale la povertà, il degrado e la violenza, ben presenti anche nelle loro città, sono accettabili in quanto "pittoreschi" e soprattutto non inglesi. Zompini viene conservato quindi per tutto il Diciannovesimo secolo in una sorta di strana ed umiliante "cattività" britannica e ritorna in Patria grazie alla ingenua e dilettantesca ma importante riscoperta paesana operata da Oreste Battistella tra 1917 e 1930, per essere poi più degnamente celebrato nel duecentesimo della morte, nel 1978.

 
     
  Note:
1. Le notizie storiche su Nervosa e sulla famiglia di Zompini sono tratte dall'archivio, per lo più inedito, di Luigi Fossa.
2. Citato in Venturi, p. 32
3. Venturi, p. XIII, che cita Carlo Dionisotti.
4. Bibl.Marciana, 166 D II
5. Bozzolato, p. 15

BIBLIOGRAFIA
Battistella Oreste, Della vita e delle opere di Gaetano Gherardo Zompini, pittore e incisore  nervesano del secolo XVIII, Bologna 1930
Bozzolato Giampiero, Gaetano Zompini incisore senza fortuna, Padova 1978
Venturi Franco, Settecento riformatore, vol 5, t.2° - La Repubblica di Venezia (1761-1797), Torino 1990
Zompini Gaetano, Le arti che van per via nella città di Venezia, Milano 1980
 
     
 

 
 

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