Saggi - I temi delle mostre


 

"buon natale e buone feste"

Presepi e cartoline d'auguri

 

Siamo qua dai tre Lorienti

 
 

di Emanuele Bellò

 
     
 
 
     
 

Il periodo natalizio, con le sue strenne e i suoi riti, inizia precocemente nella Sinistra Piave con la festività di San Nicolò da Bari che cade il 6 di dicembre. Ancora oggi nella diocesi di Vittorio Veneto i doni di Natale vengono portati non da Gesù Bambino o dalla Befana, ma dal santo protettore degli zattieri del Piave. Secondo la leggenda il vescovo levantino, col pastorale in mano e la mitria in capo, passa di casa in casa accompagnato dalla sua fedele mula per distribuire i regali e non vuole assolutamente essere veduto. In passato il segnale della ritirata a pajon veniva dato da scorribande di ragazzini che correvano per strada trascinando fragorosamente latte, barattoli o catene per simulare le sonagliere della mula, gridando a squarciagola ei boni? ei boni? che alludeva alla condotta meritevole o meno dei bambini. Per ingraziarsi il santo ci sono ancora dei bimbi che lasciano sul davanzale una feta de pan o zucchero per l'animale da soma e un goto de vin per il suo padrone.
All'indomani, trovati i dolci o i giocattoli davanti alla porta, i bambini ringraziano intonando la canzoncina "San Nicolò da Bari, la festa dei scolari, chi no ghe farà festa, ghe tajaren la testa. La testa sul tajer, un ocio da ogni banda, la buèle su la stanga, viva San Nicolò".
Per la stessa ricorrenza i fornai preparavano anche il sanicolò, un dolce povero in forma di uomo sulla groppa di un asinello, simile al samartin che ancora si produce nella Bassa Trevigiana.
L'Avvento nel mondo rurale dava inizio ad alcuni lavori, come la maialatura e la rimozione dell'uva passa dai graticci del granaio; durante la novena andava poi costruito il presepio a cui si dedicavano soprattutto gli scolari nella pausa delle vacanze scolastiche. Ogni paese si faceva un vanto di esibire un presepe originale, possibilmente animato, con figure mobili, luci od acqua corrente, oppure con personaggi a grandezza reale.
Nelle case si allestiscono ancora oggi natività con materiali più insoliti, come stagnola, fiammiferi, filo di ferro, vetro, semi di girasole o brattee di mais, dando libero sfogo alla fantasia e alla creatività. Nel corso dell'ultima guerra un gruppo di soldati trevigiani di stanza in Jugoslavia, non trovando materiali adatti, si ingegnò di ricreare l'atmosfera natalizia in zona di operazioni costruendo un intero presepio intagliato nel ghiaccio. Ultimamente è ritornata di moda la tradizione del presepe vivente, come alle origini, che negli anni passati era quasi esclusiva di Revine dove sopravviveva il genere della sacra rappresentazione tenuta presso la chiesa nel Medioevo per illustrare scenicamente l'antico e il nuovo Testamento.
La vigilia di Natale prevedeva il magro a tavola; un tempo invece renghe, sardèle insalàe e bacalà; i più raffinati mangiavano grandi porzioni di s-ciosi co la capa, le chiocciole opercolate che non necessitano di purga preventiva. Come dessert si ricorreva al mandorlato per cui andava celebre il paese di Santa Lucia di Piave, oppure alla mostarda piccante che solitamente veniva offerta come presente dal casolin di fiducia per premiare l'assiduità del cliente. I mugnai del Sile avevano invece la consuetudine di fare omaggio, a ogni casada servita nel loro giro, di una bisata catturata durante la calada e tenuta in serbo nei viveri incatenati alla roggia del mulino.
Poiché la vigilia di Natale era giorno di astinenza e la catena del focolare era inattiva la tradizione voleva che i ragazzini la pulissero dalla calizene accumulata da mesi trascinandola lungo le capitagne in corse sfrenate, sbattendola sui sassi, piante e cespugli fino a farla tornare lustra; per aumentare il frastuono a volte le catene di un'unica contrada venivano legate in un solo fascio.
In epoca pre-televisiva nessun monello mancava a questa cerimonia che assicurava fortuna nel cercare nidi a primavera; in caso di assenza forzata si poteva rimediare alla sera della vigilia, recitando prima di coricarsi, tante avemarie quante le stelle che si contavano nel riquadro di una finestra. La sera della vigilia prevede ancora adesso la veglia in attesa della messa di mezzanotte, ma nessuno più accende il nadalin, il grosso ceppo di legno stagionato, solitamente quercia, che ardeva per tutta la notte e veniva riacceso ogni giorno fino all'Epifania. La tradizione cristiana insegnava che il tronchetto acceso ricordava il fuoco che riscaldava i panni di Gesù, ma l'uso era già in voga nell'antichità pagana per i riti del solstizio d'inverno e lo si ritrova nello yule-log scandivano e nel culto celtico della quercia.
Come il palo del panevin anche il ceppo natalizio andava soggetto a tabù: durante tutto il tempo della stagionatura nessuno poteva sedercisi sopra, pena la crescita di grossi bruschi sul dadrìo e una scheggia del suo legno si doveva conservare per accendere il falò dell'Epifania; alcuni capifamiglia usavano spargere le ceneri sui campi con gli stessi scopi propiziatori delle ceneri del panevin.
Mentre il ceppo ardeva, a Postioma le famiglie contadine ricordavano la nascita del Bambino facendo alzare le bestie in stalla in memoria dell'asino e del bue che avevano riscaldato Gesù con il loro fiato.
In tutta la Marca il termine nadalin oltre che il ceppo indicava anche un dolce povero, a forma di tronco, che compariva sulle mense rustiche nel pranzo di Natale al posto dell'odierno panettone o pandoro. Gli altri piatti rituali della festa erano il cappone in brodo e il radicchio trevigiano, la tipica verdura invernale, il fiore che si mangia che da oltre un secolo allieta le feste dei trevigiani nella sua duplice versione di rosso spadone lanceolato e di rosa variegato castellano.
Da Natale all'Epifania la tradizione musicale si esprimeva con melodie pastorali, le pastorèle e le stele, molto simili a composizioni di altri paesi europei, per esempio le notissime Christmas Carols anglosassoni, le pastourelles francesi, le kolendy dei paesi slavi e le astrine dell'Italia grecofona. Dopo un periodo di abbandono queste canzoni sono state riscoperte da cantori, gruppi corali e folcloristici che le hanno rimesse nel loro repertorio. Le pastorèle nostrane sono veri laudi cantate in coro sul tema dell'annuncio ai pastori e un tempo venivano eseguite da bambini travestiti da pastorelli che questuavano per tre sere consecutive prima di Natale.
Le stele sono invece composizioni intonate da compagnie di cantori divise in due gruppi che cantavano alternativamente le strofe, anche a più voci, inalberando su una asta una rosta con una stella di carta illuminata da una lanterna; molto spesso il canto è accompagnato dal suono di strumenti, come le fisarmoniche, che hanno sostituito il violino e la tradizionali baghe o cornamuse. I temi principali delle stele sono l'adorazione alla capanna e il viaggio dei Re Magi, ma non mancano versioni sulla strage di Erode, la fuga in Egitto, i miracoli di Gesù, che riecheggiano i Vangeli apocrifi.
Nell'Alta Trevigiana il prototipo della stela è conosciuto con il nome del "Canto dei tre Lorienti":
"Siamo qua dai tre Lorienti
ché abbiam visto la gran stela
mai più visto cosa bela
vegner zo dal Visentin.
Siamo qua par 'sti contorni
ché vogliamo farvi doni
oro incenso mirra e bronzi
e novella a novellar.
Che l'è nato el Redentore
vi preghiamo d'un favore
n'altro an ritornaremo
se ghe piasarà al Signore".

Nella Bassa Trevigiana il modello era invece il "Canto de la Ciarastela":
"Dolce felice notte, che più chiara sei del
giorno
per veder la luce attorno
la Ciarastela.
Dolce madre, regina bella, che per tutto il
mondo regge
il pasto che mi sorregge
è Giuseppe santo.
Ascoltate il mio canto, ascoltate le mie parole
ché la luna mi sembra sole
e la terra splende.
C'è un angelo che mi attende, sopra il suon
della capanna
canteremo a tutti Osanna
per il Signore".

Le stele venivano cantate dal Natale all'Epifania e servivano come canti di questua per raccogliere dolci o vino da consumare al pavevin.
La sera dell'Epifania, chiamata anche pasqueta, conclude il ciclo natalizio con l'arrivo simultaneo dei Magi e della Befana, portatori di doni per eccellenza. La vecchia benefica, nota nel Trevigiano anche col nome di "Redòdesa, Redòsega o Derosèga", per i bambini continua a scendere a cavallo della sua scopa, portando in spalla un sacco o una gerla di regali: nelle narrazioni più antiche aveva infilata alla cintola una rocca col fuso e passava dal camino per riempire le calze appese alle nape delle cucine; il suo carico era formato più che altro da carobe, bagigi, stracanasse, figheti, datole, mandarini, narançe, caramele e qualche raro giocattolo autarchico.
La Befana, lontana parente della Mokusa slava e della Perchtl germanica era attesa con trepidazione dai bimbi che le lasciavano una fetta di pinsa sula belconèla del fogher, ma era temuta dagli adulti; le filatrici, in particolare, stavano ben attente a non dimenticare rocca, fuso e filato vicino al focolare o nella stalla per evitare che la vecchia se ne impadronisse per filarghe le buèle al Carneval causando così disgrazie e malanni.
A Castelfranco da alcuni anni scende in piazza per l'Epifania la Befana roversa che non porta doni ai bambini, ma ne chiede agli adulti per iniziative benefiche, come l'assistenza all'opera dei missionari trevigiani.
L'arrivo dei Magi mette fine all'esposizione del presepe, ma nella campagna molte famiglie per levarlo aspettano la festa della Sacra Famiglia e i più tradizionalisti preferiscono attendere la festa della presentazione al Tempio nel giorno della Candelora o Çeriola che chiude definitivamente il periodo natalizio.

 
     
  Dal volume "El Panevin" Tradizioni Popolari nella Marca Trevigiana di Emanuele Bellò - Celio Libri  
     
 

 
 

Chiudi


Via Tasso-Piazza Garibaldi Treviso - Tel. 0422 546161- Fax 0422 571837

Per informazioni: portellosile@libero.it