Saggi - I temi delle mostre


 

"un venerdì di passione" 
Il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944

 

Testimonianze

a cura di Luisa Tosi

 
 
 

ERA UN GIORNO COSì

 
 

di Enzo Demattè

 
     
 

Del 7 aprile, fase per fase, conservo ricordi lucidissimi, come fosse ieri. Frequentavo quell'anno la 1^  del liceo classico al "Canova"; ma quel giorno, per le vacanze pasquali, ero a casa, nel "palazzo" dei ferrovieri in Zermanesa: vacanze tranquille, nonostante tutto, per come le vivevo io.
Mentre infatti la maggior parte dei miei compagni di scuola, in maggioranza di ceto abbiente, a seguito dell' intensificarsi degli allarmi aerei e dei voli, aveva già abbandonato Treviso, il fatto che nessuna delle ventiquattro famiglie dei ferrovieri fosse ancora sfollata dalla città bastava a conservare al nostro ambiente popolare l'animazione solita, ed anzi ad accentuarne gli aspetti festosi. Era un mondo vero e completo, il casamento.
Anche i fatti di contorno, li rammento proprio tutti, con nitidezza di particolari.
La sera precedente, giovedì santo, con un gruppo di amici di San Martino eravamo andati per la confessione nella chiesa di San Teonisto, contigua al seminario, resa solenne ai miei occhi, dal numero di grandi tele che decoravano le pareti. Le guardavo con rispetto, senza immaginarne l'imminente distruzione di li a qualche ora.
L'occasione ci rendeva allegri ed eccitati. All'uscita uno dei compagni scherzò con il prete chiedendo se gli avrebbe dato l'assoluzione nel caso che avesse ammazzato Mussolini. "Te la do in anticipo", rise il sacerdote: e la cosa non mancò di turbarci come una punta di irriverenza, in quella circostanza ed in quella sede. I riti ripresero il mattino seguente, venerdì santo, con altre cerimonie cui partecipai compunto, con un'aggiunta di serenità prodotta appunto da quel sentirmi a posto dopo la confessione.
Il tempo del disastro precipitava, trovandoci in camicetta sotto il più dolce sole d'aprile. Quando verso il mezzogiorno suonò l'allarme, stavo a tener banco nel cerchio dei coetanei, felicemente incosciente e svagato, come tutti: e li lasciai con vicino appuntamento giù al rifugio, risalendo per dare una mano al trasporto delle usuali cose che mia madre recava nel sotterraneo in quelle occasioni, per lo più pentole tolte dal fuoco, con i loro preziosi contenuti.  Ma quel giorno era venerdì santo e non si sentivano odori di cucina. Il papà era al lavoro. La mamma ci spinse fuori in fretta, me e mio fratello, perché subito era cominciato il tiro della contraerea.
La contraerea, che impressionava le madri, noi giovincelli ci divertiva. Era già successo parecchie volte, anche di giorno. Un tambureggiare provvisorio di scoppi, quindi noi subito fuori in cerca di schegge, di cui facevamo scambio e confronto.
Quel giorno tuttavia l'effetto quasi pirotecnico del fenomeno si annunciò diverso: gli spari assunsero presto un'intensità insolita, risuonando fitti e rabbiosi nel rifugio, che proprio per il pericolo delle schegge si colmò di frequentatori occasionali, passanti o vicini che fossero. Era un locale d'angolo attrezzato con panche ed impalcature di sostegno, che io conoscevo meglio di chiunque altri perché era stato ricavato proprio dalla nostra cantina, obbligandoci a lasciarla per occupare metà locale di una famiglia vicina.
Il rifugio, ufficialmente abilitato per una trentina di persone, in genere non ne ospitava più di venti, perché alcuni inquilini preferivano disertarlo, affermando di non voler fare la morte del topo: così vicini che si era alla ferrovia.
Quel mezzogiorno la cantina si trovò invasa fuori misura, con parecchia gente stipata nel corridoio: forse una cinquantina di persone, fra le quali stentò a farsi largo il papà, scappato contro il suo solito dal deposito locomotive. Ricordo benissimo il suo grido di liberazione nel raggiungerci, e il sospiro di mia madre al constatare quella tranquillizzante riunificazione familiare. "Cosa succede fuori ? " gli domandò qualcuno. "Mah, scappano anche i tedeschi", commentò lui.
Più che l'inquietudine aleggiava nel locale una strana forma di eccitazione, restía a prendere coscienza. Per un poco durò un brusio di domande, richiami e spostamenti; noi tre stavamo sulla panca, in piedi il papà, al quale lasciai il posto: mi sedetti davanti a loro per terra, sopra il foglio dell'acquarello. Il rumore delle batterie si alzò ancora, diventando frastuono, finché dietro una suggestione di ordine diverso le voci dei rinchiusi dapprima cedettero, poi si smorzarono, e il rifugio già senza luce, risuonò unicamente di rimbombi forsennati.
Non saprei precisare di più sul come e sul quando. Nel mio distacco di rannicchiato - assente ogni altro segnale - rammento di aver avvertito in un guizzo di coscienza la frase del trapasso tra i corpi sparati e le bombe piovute al basso, il cui maglio implacabile prese a scuotere da presso il terreno e la casa. Nel ricovero tutto incominciò a traballare, quindi a sobbalzare con violenza dietro il senso di un tracollo imminente. Lo schianto annunciato si accostava con l'effetto travolgente della frana o del  terremoto: eppure a noi, bersaglio designato, l'esecuzione della sentenza si comunicava in forme fisiche ovattate, sotto l'impotenza di un torpore provvidenzialmente rassegnato e inconsapevole. Un totale abbandono della mente, un completo distacco dalla coscienza; da ultimo solo il senso che la mostruosa cavalcata si scaricava direttamente sopra il nostro capo. La bomba che squarciò il palazzo - una del grappolo destinatoci - segnò la fine di quell'incubo indolore. Scoppiò nelle orecchie e avvolse i sensi da ogni parte con l'impressione di una soluzione definitiva. Mentre gli occhi restavano chiusi, un buio impossibile a dissolversi si raccolse tutto al di dentro. Per molto? Per pochissimo? Fui il primo a balzare fuori da quello stato, pur permanendo nell'incoscienza: "Toh, morto - dietro una logica automatica - Meno male che mi ero confessato. Però questo morire non è mica cosi difficile: anzi, naturalissimo." Così il pensiero, esattamente; e nient'altro.
Poi di colpo (minuti, secondi) mentre io ero in piedi, ma perdurava nel rifugio uno stato di ipnosi generale, mi accorsi di respirare: anzi, che respiravo a fatica per il denso fumo di polvere che occupava il locale; quella polvere acre e soffocante delle macerie.
'Forza, su, in piedi!" - mi misi a gridare con tutti i polmoni - "Su fuori, usciamo fuori, sennò ci si soffoca". Gridavo scotendo i miei familiari, mentre a vicenda ci scoprivamo vivi. Subito il ricovero si svegliò in un tumulto di urli di gridi e di pianti. Qualcuno dal corridoio gridò che s'era aperta un'uscita, verso cui tutti quanti si accalcarono; e fu allora che per terra accanto ai miei piedi scorsi il fagotto di un bambino dimenticato: un piccolo di pochi mesi che boccheggiava senza piangere nel semibuio. Il riparo in cemento del rifugio era caduto bloccando la finestra, perciò tutta l'aria ci veniva solo da una crepa al muro. Ve lo accostai con la bocca, e gridando riuscii a farmi intendere dai suoi familiari intontiti.
La massa dei rifugiati sciamò in disordine all'esterno, noi per ultimi, in un panorama di polvere, di pali e fili spezzati e cumuli maleodoranti. Fuori, la mia famiglia girò gli occhi dietro un presentimento che toccava noi soli: quando anch'io trovai il coraggio di alzarmi, in luogo del nostro appartamento incontrai il vuoto. Scoppiammo tutti in lacrime, papà compreso: il disastro era troppo grande e ci puniva più di ogni altro inquilino. La nostra casa non era che briciole, sparso nell'intero raggio del prato; sul cratere aperto da una bomba e subito riempito dall'acqua di risorgiva, galleggiava in brandelli il mio testo greco dell'Odissea.
Il furore mi prese in mezzo ai singhiozzi: ricordo che alzai i pugni al cielo: "Maledetti! - gridai sul panorama del nostro mondo disfatto -  Maledetti inglesi, infami, assassini!"
Ciò che avevamo subito come famiglia mi bastava in abbondanza per quell'esecrazione: e non avevo ancora veduto le rovine ed i morti che scopersi solo più in là, senza peraltro riceverne una maggiore emozione. Tutto il dolore dell'offesa si era come consumato nella visione della casa demolita.
Solo venticinque anni più tardi l'esperienza vissuta il 7 aprile mutò il ricordo in frutto di poesia: e ne usci questa manciata di versi, che riporto (in un aprile tanto simile) dopo un altro quarto di secolo, con l'offeso stupore di allora, rinnovando la dedica a mia madre, agli scomparsi e agli scampati di quel lontano giorno di passione.

7 APRILE

Era un giorno così, me lo ricordo,
quando vennero ad ucciderci dall'alto:
che la mia casa fu fumo di polvere,
la povera ricchezza di mia madre.

Come ingannava
la trepida brezza di aprile.
Come rideva crudele sugli amici morti!
Tutti coetanei dei miei sedici anni.

Ricordo la mia città di fanciullo,
la mia precoce sofferenza
alla disperazione muta
della sua vita sconfitta.

Era un giorno come questo,
o stranieri, il vostro rimprovero:
una simile attesa di meraviglia
fra le prime foglie delle fragole.

 
     
 
 
     
 

L'ANTIVIGILIA DI PASQUA

 
 

di Toni Basso

 
     
 

Il 7 aprile 1944 era l'antivigilia di Pasqua, il giorno che la liturgia cattolica chiama Venerdì Santo perché commemora la passione e la morte di Cristo. Fu anche per Treviso giornata di passione e di morte a causa del più tragico dei bombardamenti aerei subiti nella guerra che si combatteva ormai tra Tedeschi e Americani: la città conobbe così oltre alla violenza degli invasori anche quella dei liberatori. I bombardamenti su Treviso furono 35 con 1600 morti tra la popolazione civile e 3783 edifici distrutti o danneggiati pari ali'82% del patrimonio edilizio urbano. L'immagine della città ne uscì sconvolta, travolta. Ad aprile inoltrato del 1945 la fine della guerra coincise con la fine del regime fascista: dell'una e dell'altro i Trevisani erano davvero stufi. Prepotente era la necessità di cambiare: l'aria tiepida della primavera sembrava anch'essa invitare alla novità. I giovani tornavano dalla guerra, dalla prigionia militare, dalla clandestinità della lotta partigiana. Per le strade della città disseminate di buche e cosparse di polvere, fra cumuli di macerie giravano le jeep e i dodge dei soldati inglesi e americani, mentre la ricostruzione cominciava faticosamente a muoversi ancora col passo dei carri tirati dai cavalli o di agonizzanti autocarri alimentati a gasogeno. Gli americani non avevano solo i camions, e la benzina, e il pane bianco, e le sigarette, e il cioccolato: gli Americani avevano la gomma da masticare che chiamavano chewing-gum, e una musica vorticosa, il boogie-woogie, che metteva addosso una gran voglia di vivere e di far festa; erano pieni di soldi, le am-lire, che spendevano per divertirsi facendo la fortuna di quanti (e quante) avessero avuto qualcosa da offrire. L'entusiasmo per l'America raggiunse l'epopea del mito: a volte bastava il solo uso d'una parola dal suono anche vagamente inglese per dare fascino alle cose. Fu tale il successo di questa operazione cosmetica che ancor oggi, dopo quarantacinque anni, è per molti difficile sottrarvisi. Il bisogno di annullare le memorie del passato non andò tanto per il sottile nelle discriminazioni storiche. L'importante era andare, possibilmente correre, verso il futuro.
L'America apparve il modello da imitare. Il mattone venne soppiantato dal cemento, il legno dal metallo, gli archi dalle piattabande diritte, le facciate articolate dalle pareti lisce, le piccole case dai grandi condomini, il ciottolato dall'asfalto, gli alberi dalle automobili. Ma non c'era solo da ricostruire l'abbattuto o da riparare il danneggiato. Alla intraprendenza dei nuovi ardori edilizi occorrevano anche le case risparmiate dalle bombe, e iniziò così una progressiva demolizione del vecchio tessuto urbano.
Treviso non è mai stata una città monumentale né per dimensioni né per opere. L'arte, la cultura, la bellezza, piuttosto che aggregarsi intorno ad alcune architetture di rilievo, si sono diluite in un contesto ambientale di acque e di verde, di spazi e di edifici modulando un equilibrato dosaggio di elementi naturali e di opere dell'uomo, con il risultato di una confortevolezza del vivere che ha finito per plasmare anche il carattere degli abitanti. Una dimensione di quotidianità questa, riemersa appena in anni recenti grazie a una rivalutazione turistica e residenziale dei centri urbani a misura d'uomo, che segna un'inversione della tendenza che esaltava solo le grandi e monumentali città. Appartengono ormai alla leggenda le battaglie di coloro che allora avevano intuito, per istinto affettuoso o per coscienza culturale, come la perdita dell'identità fisionomica di una città avrebbe finito per travolgere anche la qualità della vita.
L'immagine certamente più vistosa ed emblematica di Treviso è costituita dal Palazzo dei Trecento, il grande edificio in mattoni che domina la Piazza dei Signori all'ombra della Torre Civica. Fu eretto nel secolo XIII ed è costituito da un grande salone, sotto il quale corre un giro di portici, aperto nel Cinquecento su di un lato a formare una ariosa loggia.
Il Palazzo venne così chiamato perché ritenuto la sede in età comunale dell'arengo civico, costituito appunto da trecento membri. Recenti ricerche pare dimostrino come esso fosse fin dall'origine - cosa ben nota per il periodo della dominazione veneziana (1388/1797) - il luogo dove veniva amministrata la giustizia, dove ai contendenti veniva data ragione o torto nelle liti giudiziarie, per cui edifici analoghi di altre città venete portano più propriamente il nome di Palazzo della Ragione.
Degradato nella sua dignità architettonica e funzionale durante la dominazione austriaca, venne restaurato agli inizi del Novecento per essere destinato a prestigiosa sede di esposizioni e convegni. Il 7 aprile 1944 una bomba lo colpì dalla parte della loggia. Un terzo delle spesse pareti del Salone caddero; altrettante subirono una paurosa inclinazione con uno strapiombo che giunse a misurare oltre un metro. Il comando tedesco voleva abbattere i muri pericolanti, ma il soprintendente ai monumenti Ferdinando Forlati con intelligente menzogna convinse le autorità che le decorazioni affrescate all'interno erano nientemeno che di Paolo Veronese e che bisognava procedere allo stacco degli affreschi prima della demolizione. Furono ottenuti così alcuni vagoni ferroviari di mattoni - materiale allora preziosissimo - per contraffortare i muri pericolanti onde consentire senza rischi l'opera di recupero degli affreschi da parte di maestranze altamente specializzate, che dovevano sempre arrivare e che però non giunsero mai.
Arrivò invece la fine della guerra e i muri strapiombanti furono raddrizzati con una ardita opera di ingegneria; quelli caduti vennero ricostruiti con gli stessi materiali recuperati e messi da parte dopo il bombardamento. Anche la Loggia dei Cavalieri, innalzata nel 1276, subì il crollo di metà della costruzione nel bombardamento del 14 maggio 1944.
Questo edificio, aperto su tre lati, ha la fronte principale prospiciente la via anticamente chiamata regalis, forse perché era quella percorsa dall'imperatore quando giungeva in città per ricevere l'omaggio della nobiltà locale. Si sa che in quell'epoca l'annunciato arrivo dell'Ospite poteva registrare ritardi di ore quando non di giorni cosicché - io credo - i cavalieri convocati per il ricevimento, al fine di ripararsi dal sole o dalla pioggia, in un primo tempo innalzavano un padiglione estemporaneo nel quale potevano anche ingannare l'attesa con qualche gioco da tavolo come i dadi. Solo più tardi la costruzione potrebbe aver assunto impianto stabile in muratura, sia per averla pronta e confortevole per ogni necessità, sia perché ritenuta dai cavalieri opportuna anche al di fuori dell'occasione della visita imperiale per incontrarsi a conversare e giocare. Subito dopo il bombardamento travi e mattoni, tegole e pilastri furono raccolti tra le macerie e messi da parte con un coraggio e una diligenza che in quelle ore di pericolo e di ristrettezze sfidavano le miserie del presente per proiettarsi nelle speranze del futuro. Quando alla fine della guerra il mito delle strade larghe si affacciò in Consiglio comunale minacciando la conservazione della Loggia allorché si dovette decidere se ricostruirla o demolirla per allargare la sede stradale, il monumento si salvò con una delibera passata a maggioranza risicata e solo perché un obiettore dell'opposizione antepose alla disciplina del partito l'amore per le testimonianze storiche della città. Non si può non ricordarne il nome: era il prof. Mario Prevedello.
Ma un altro nome occorre qui citare, quello di Mario Botter, ispettore della Soprintendenza ai Monumenti dei quali fu difensore di rigorosa documentazione storica e restauratore di abilissima capacità tecnica e sensibilità artistica.
Oltre che in Palazzo dei Trecento e nella Loggia dei Cavalieri, fu costantemente presente in tutte le altre imprese - piccole e grandi, quelle di esito felice e quelle purtroppo infaustamente conclusesi, nelle quali si giocarono le sorti del patrimonio artistico e ambientale di Treviso.
Alcuni tra i più significativi recuperi portano la sua firma: dalla Casa da Noal al Palazzo de' Ricchi, dalle Canoniche Nuove del Duomo al Capitolo dei Domenicani, dalla Chiesa di Santa Margherita a quella di Santa Maria Maggiore, a quella di Santa Caterina dove scoprì e restaurò le testimonianze trecentesche del tempio servitano stravolte dalle manomissioni ottocentesche che avevano trasformato la chiesa in caserma.
E sarà proprio in questa chiesa che Mario Botter farà affiorare la più antica immagine di Treviso: in un affresco la città è tenuta nel palmo della mano dalla Santa titolare che la accosta al suo dolcissimo volto in un gesto di affettuosa benevolenza.
Per questa sua impresa che sfidava i continui bombardamenti, l'arroganza degli speculatori e la povertà culturale di molti tecnici e politici, armato solo di rigore professionale, amore per la città e fede religiosa, Mario Botter era stato definito da Giovanni Comisso "il folle di Dio".
Nel Salone del restaurato Palazzo dei Trecento venne allestita nel 1952 una Mostra della ricostruzione degli edifici storici ed artistici danneggiati dalla guerra.
Non fu solo un doveroso rendiconto, eloquente e documentato, delle volontà, delle fatiche, delle spese che concorsero per restituire alla città una parte del volto lacerato dalla guerra, ma fu soprattutto una felice intuizione promozionale dovuta al genio di Giuseppe Mazzotti, direttore dell'Ente Provinciale per il Turismo, per riproporre ai Trevisani i tratti fisionomici della loro identità culturale, sollecitandoli ad impegnare in questa direzione entusiasmi ed energie.

 
     
 
 
     
 

IL 7 APRILE AVEVO SETTE ANNI

 
 

di Giorgio Zanetti

 
     
 

Nel 1943 anno XXII come indicato nella pagella scolastica dell'Opera Balilla rilasciata dal Ministero Educazione Nazionale frequentavo la prima classe elementare alle scuole De Amicis di Treviso con la maestra Maria Pasquali e quel tragico venerdì santo è rimasto per molti anni impresso nella mia memoria.
Ero a casa da scuola per le vacanze pasquali e in particolare il parroco di S. Bona doveva svolgere una funzione religiosa nella vicina chiesetta di Santa Filomena. A mezzogiorno avevo già pranzato, per modo di dire, perché eravamo tutti in dieta forzata di mantenimento e stavo giocando con la mia cagna Lilli, un pastore tedesco, molto bella, alta, fiera e anch'essa in perfetta linea e per sostentarla mia madre spesso condivideva con essa il cibo, ma sempre di nascosto o dicendo che rifiutava il mangiare per improvvisi mal di testa. Della Lilli non potevamo farne a meno, ci dava sicurezza e nessuno osava mettere piedi in casa nostra; la mia famiglia era composta da mamma Maria, la nonna Marta, mentre mio zio Giovanni era imboscato in quel di Volpago e mio padre Luigi, soldato del 55° Reggimento di Fanteria "Marche" che aveva la sede a Treviso presso l'attuale Intendenza di Finanza, era in campo di concentramento a Solingen in Germania.
Verso le ore 13 stavo sulla strada di via S. Bona Vecchia quando suonò la sirena d'allarme, alla quale ero abituato, ma faceva sempre una certa impressione; vidi in lontananza mio zio Sandro in bicicletta che correva velocemente verso casa e alla mia domanda dove fosse stato, mi rispose gridando "dal barbiere e adesso svelto e fila a casa". Rientrai di corsa e, non vedendomi, mia madre era già preoccupata e mia nonna ancor di più, perché molto spesso i loro richiami cadevano nel vuoto, intento com'ero nei miei frequenti giri per i campi con la Lilli, sempre con la fionda in mano a caccia di insetti, lucertole e a volte qualche uccellino che poi, nel limite del possibile, salvavo e mettevo in gabbia. Vi fu un passaggio di aerei da caccia e subito si sentirono in azione i cannoni antiaerei e contemporaneamente i sordi rumori dei bombardieri, o fortezze volanti come venivano chiamati, in avvicinamento; rumori sordi, cadenzati, monotoni, cattivi che mi rimasero impressi nella memoria per molti anni con sempre uno sgradito ricordo, anche perché ci passavano sopra le teste quasi tutti i giorni in alta quota e dalla rotta sapevamo dove erano diretti e quando qualcuno diceva "tranquilli vanno in Germania" mia madre impallidiva visibilmente.
All'improvviso cominciò il bombardamento con un fragore impressionante; due signorine si erano sedute lungo un filare di viti sotto un grosso gelso, tutte raggomitolate emettendo forti lamenti di paura. Mia nonna mi mandò a chiamarle perché si accomodassero in casa e quando apersi la porta fui investito da un violento flusso d'aria, loro mi seguirono ringraziando e si appoggiarono al muro della cucina.
Il martellamento si faceva sempre più forte e, a un iniziale momento di sgomento e sbigottimento, seguirono attimi di vera paura. Ci mettemmo sotto gli architravi dei muri maestri perché dicevano fosse il posto più sicuro; mia madre pregava, mia nonna piangeva, mio zio, che occasionalmente e di nascosto venuto a Treviso, imprecava violentemente e anche la Lilli era inquieta, guaiva lamentosamente e si spostava di continuo e dopo ripetuti richiami venne da me e non la lasciai più stringendola forte.
Tanto fragore e poi il silenzio, quasi irreale che ci spinse tutti come automi verso la porta; un acre odore di fumo ci invase e una nebbia fitta di polvere aveva completamente oscurato il cielo. Il mio sguardo si posò subito sulla gabbietta del mio lucherino appesa alla vecchia palma da dattero; il povero animaletto giaceva morto per lo spostamento d'aria e mi fermai a guardarlo quasi  piangendo, ripensando a quando pochi giorni prima lo avevo preso col vischio, ripulito e alimentato con piccole spighe che ogni mattina andavo a raccogliere appositamente nei campi.
La signora Barcone che abitava sopra di noi chiese a mia madre, che diede uno stanco cenno di consenso, se poteva portarmi via, mi prese per mano e ci incamminammo verso la città; già all'inizio di via Luzzatti fui sconvolto nel vedere una quantità di gente che si spostava avanti e indietro freneticamente, i pali della luce erano pendenti sulla strada mezzi divelti e tenuti su soltanto dai fili specialmente davanti a un magazzino che vendeva legna e carbone, dove erano cadute due bombe che avevano anche preso una villetta prima della Tessitura Castiglioni e Frescura.
La maggioranza delle persone era comunque diretta verso il centro per cercare la propria casa, i propri parenti o amici perché le macerie erano ancora fumanti e in questa confusione tutti andavano di fretta, alcuni addirittura correndo e mi rimase impresso un signore di media età che procedeva molto veloce con una carriola vuota anche piuttosto capiente, nell'intento forse di recuperare qualcosa. Entrati in via Fra' Giocondo la visione diventava sempre più allucinante, il palazzo che faceva angolo con via Orsoline era completamente raso a terra e tra le macerie fumanti scavavano delle persone, alcune in divisa, a mani nude, più avanti un disastro.
Erano state rovinosamente colpite la casa di Pravato, la caserma del 55° Fanteria ora Intendenza di Finanza, Casa da Noal e un po' dappertutto rovine e macerie.
Non c'era tempo per fermarsi e sempre in affanno verso Piazza dei Signori col Palazzo dei Trecento sfasciato e una grande trave che era uscita e si era conficcata in Piazza Martiri tra un mucchio di detriti; si vedeva colpita La Standa il palazzo che fu poi Sede della Banca Cattolica e poi scavalcando macerie verso l'Albergo Stella d'Oro, le cui vicende sono note, e qui i tedeschi non ci lasciarono passare perché stavano recuperando i loro morti.
Deviammo per vicolo Rialto e lo spettacolo continuava nella sua triste visione di distruzione dal Cinema Edison (allora Cinema Impero), al Garibaldi per passare dal Ponte della Madonnetta in via Avogari fino in piazza della Vittoria e ritornando quindi per via D'Annunzio dove era stato colpito in pieno un rifugio dove si trovavano ancora delle persone intrappolate e si udivano distintamente urla e strazianti lamenti.
Mi ricordo bene che mi venne da piangere quando vidi un bambino che avrebbe potuto avere la mia età morto e disteso sul bordo del cratere.
La signora mi portò via in fretta perché avevamo visto anche troppo e poi per molti anni o forse mai tali ricordi si cancellano. Nel rientrare verso via dei Dall'Oro vidi in lontananza un signore seduto tra le macerie, con la testa bassa ma vivo perché si muoveva e scuoteva la testa e mi ricordo perfettamente che aveva in braccio una gamba nuda e la stringeva in grembo e a questo punto scappai di corsa verso il Duomo dove davanti al Battistero stavano già allineando i morti in attesa di comporli nella Chiesa.
Quando arrivammo a casa mia madre era preoccupatissima e chiese alla signora Barcone cosa le fosse passato per la testa di trascinare un bambino a vedere da vicino morte e distruzione, ma lei non rispose e si ritirò nella sua camera piangendo. Verso le cinque della sera cadde una pioggerellina fine, quasi purificatrice, come per coprire con un velo di pietà e di mestizia tante vittime innocenti.
Per molti anni ancora a casa nostra avremmo  ricordato il bombardamento di Treviso, con i mesti rintocchi del campanone anche perché per la nostra famiglia era un giorno di festa; ricorreva infatti il compleanno della mamma che era nata proprio il 7 aprile 1914.

 
     
 
 
     
 

UN TIEPOLO IN BICICLETTA

 
 

di Fabio Bruno

 
     
 

Dopo l'incursione del 7 aprile i bombardieri alleati continuarono ad accanirsi su Treviso, nonostante la città fosse ormai straziata e la gran parte dei suoi abitanti sopravvissuti sfollati nelle campagne.
Nel 1945, mancava poco più di un mese alla fine della guerra che nel tardo pomeriggio del 13 marzo le sirene d'allarme suonarono ancora una volta a ragion veduta. Il centro fu nuovamente travolto da una pioggia di ordigni. Con il tratto ormai smaliziato di chi conosce la guerra e non si meraviglia più tanto della distruzione sistematica che si sta vivendo, Mario Botter quel giorno segna lapidariamente nella sua agenda: "Al mattino a San Teonisto e al Capitolo. Pomeriggio a Merlengo. Portato il Tiepolo a Treviso (in bicicletta e nascosto nella cripta del Duomo). Alle 19.30 bombardamento aereo, mi reco con Sara (la moglie, ndr) a Madonna Granda e la trovo a terra; la casa del campaner che brucia".
Quella sera, infatti, era stata colpita la bella Basilica mariana tanto cara ai trevigiani, nella quale era rimasto prodigiosamente intatto il tempietto della Vergine con l'effige alla quale ancora oggi si rivolge la devozione cittadina. Un ennesimo duro colpo per il restauratore che, con l'impeto del Granatiere volontario della Grande Guerra e dell'Impresa fiumana, dal 7 aprile dell'anno prima si stava impegnando quotidianamente e furibondamente per scongiurare che alla distruzione del patrimonio culturale trevigiano ne seguisse la cancellazione e la dispersione di quanto si poteva salvare.
Un impegno, documentato dettagliatamente nei brevi appunti sull'agenda, che per assolverlo Mario Botter, nella miseria di fine guerra, ricorreva ai mezzi più disparati ed improvvisati, come quando, volendo strappare un affresco rimasto dopo il luttuoso Venerdì Santo sulle volte squarciate di una chiesa, non trovò di meglio che usare per l'incollaggio le tende di casa.
Quanto si adoperò Botter in quei giorni è noto.
Meno conosciuta è l'impresa di quel 13 marzo quando le sue attenzioni si concentrarono sulla pala di Sant'Osvaldo - opera di Giovan Battista Tiepolo - conservata nella Chiesa di Merlengo.
L'esplosione di alcune granate contro un deposito poco lontano, infatti, avevano messo a rischio il dipinto che continuava ad essere minacciato. Come logica voleva, la pala doveva venir trasferita in un luogo sicuro, possibilmente a Venezia, città aperta e quindi non aggredibile. A Merlengo Botter si recò con Luigi Benvegnù - assistente della Soprintendenza - lasciando un succinto resoconto della missione in un libro di memorie.
"... Con molta facilità - scrive - staccai la pala dalla cornice e, dato il suo lieve peso, la prendemmo ognuno con la mano sinistra e in bicicletta pedalammo verso Treviso.
Ma dopo un breve tratto di strada le mani s'erano indolenzite e per sgranchirle fummo costretti a fermarci. Più volte, poi, dovemmo sostare lungo il tragitto.
Comunque arrivammo in città e depositammo la pala nella cripta del Duomo
".
Dell'Italia di quei giorni, la produzione cinematografica postbellica ci ha tramandato molte immagini in cui di contorno alla tragedia della guerra ci sono mille storie a volte surreali e paradossali.
Chissà quale regista si sarebbe lasciato ispirare dalla visione di due "pazzi", intenti - in giorni in cui gli aerei alleati mitragliavano tutto ciò si muoveva sulle strade - ad attraversare la Marca in bicicletta con un quadro di dimensioni rilevanti ed inestimabile valore.
Una scena che all'indomani avrebbe avuto per fondale l'ambiente più surreale al mondo: la Laguna veneta.
Il terrore di un nuovo bombardamento, infatti, "imponeva di trasferire la pala a Venezia senza indugi".
"Non era possibile trovare un autocarro. - prosegue il suo racconto Botter - L'esperienza fatta a mie spese sconsigliava di affrontare un nuovo viaggio con due biciclette.
Bisognava evitare lo strazio delle mani.
Con Bastianello (altro assistente della Soprintendenza, ndr) dopo aver brevemente pensato, applicammo due listoni lunghi quattro metri con delle viti al telaio della pala, ottenendo così due comodi appigli.
Quello superiore da appoggiare alla spalla e quello inferiore da impugnare con la mano sinistra in modo da mantenere la pala a discreta distanza dal corpo e dal manubrio.
Fatta una prova su un breve tratto di strada, Bastianello sulla bicicletta dinanzi, io su quella dietro, e avuta la certezza che i nostri semplici appigli servivano egregiamente ad eliminare ogni dolore e sforzo alle mani iniziammo il viaggio per Venezia.
Molto facile fu il percorso sul Terraglio deserto.
Un ostacolo imprevisto lo trovammo in Laguna. Il vento, mutando la pala in una vela, ci sbatteva verso la spalletta sinistra del ponte.
Fummo costretti a posare ripetutamente i piedi a terra per poi  rimetterci sulla destra.
Finalmente giungemmo trafelati ma lieti per la riuscita della nostra impresa, al posto di controllo di Venezia.
Un milite ci fermò e volle sapere come eravamo in possesso del vistoso quadro.
Rispondemmo: "Soprintendenza - Treviso".
Il nome della città martoriata ebbe magico effetto e, dall'ufficiale accorso, ebbimo il via libera.
Varcato il ponte degli Scalzi, il transito per le strette calli con la pala resa lunga quattro metri per l'aggiunta degli utilissimi appigli non fu certo agevole.
Ma superata questa difficoltà potemmo finalmente consegnare la pala al Soprintendente alle Gallerie professor Moschini.
Egli, ben lieto e sorpreso per l'ardito trasporto, ci rivolse brevi parole di ringraziamento. Non nascose però che a conoscenza del modo usato, lo avrebbe impedito
".

 
     
 
 
     
 

RICORDI DI SESSANTENNI

 
 

di Nino Faganello

 
     
 

Il ricordo più atroce fu la vista dei rifugi colpiti e più precisamente quello dei "bagni".
Ho visto decine di cadaveri alcuni interi e molti a pezzi, pietosamente coperti da lenzuola bianche dove ora sorgono i giardini di sant'Andrea; rifugio di via d'Annunzio con le salme appena estratte e coperte alla meglio e il rifugio chiamato "alle Cappuccine", colpito in pieno e completamente distrutto, con successivo allagamento delle acque della Roggia e del Siletto che rendevano difficoltoso il recupero dei corpi.
Dei rifugi non colpiti ricordo quello di porta fra' Giocondo. Le volte erano in tavole di legno con dei puntelli ai lati ed al centro del corridoio.
Nel dopoguerra questo rifugio è stato per alcuni anni un deposito con vendita di legna e carbone.
Un rifugio simile era al varco Filippini.
Un rifugio "personale", caratteristico, era quello della signora Sartori, titolare della tintoria Sartori, al centro e parte sotto il ponte "de Pria". Nell'arcata di destra era stata costruita una passerella in legno che dal ponte stesso portava alle mura.
Un ricordo ancora indelebile fu il ferimento di uno "sciacallo". Ero nella piazzetta del campanile del Duomo e stavo osservando proprio il campanile colpito alla base che guarda verso "Onorio", quando sopra la collinetta di macerie ho visto un uomo con un lungo coltello o un arnese da scasso in mano. Una pattuglia della G.N.R. e un soldato tedesco gli hanno intimato l'alt e tra un fuggi fuggi generale questo tizio è scappato verso la farmacia. Uno dei militi ha aperto il fuoco colpendolo alle gambe. Lo sentii maledire e lo vidi, rimanendo defilato dal battistero, aggrappato alla panciuta saracinesca dell'allora negozio di cappelli divelta dallo spostamento d'aria. Ricordo che proprio la sera del 7 aprile apparvero nel vialetto che portava a casa mia a fra' Giocondo, tre persone che sembravano fantasmi: bianchi di polvere, stralunati, come inebetiti, non parlavano.
Lo spavento ed il terrore ancora li attanagliavano. Erano una signora già vedova con i suoi figliuoli di quindici e dieci anni rimasti sepolti nella loro abitazione andata distrutta in via Orsoline e che si erano salvati rifugiandosi nel sottoscala.
Estratti dai soccorritori dell'U.N.P.A. erano venuti dai miei genitori, unici loro conoscenti e con noi sono rimasti qualche tempo per poi trasferirsi a San Biagio di Callalta da parenti.

 
     
 

 
 

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