Saggi - La città di Treviso e provincia


 

"Schuero vechio" al Portello

 

di Giovanni Battista Tozzato

 
 

 
     
 

A conclusione dello studio sui pescatori e barcaroli sul Sile nel '300" (1998), mi rammaricavo di non essere riuscito a scoprire il sito dello squero cittadino, che non poteva certo mancare nei pressi del porto fluviale alla tolpada, prospicente l'attuale piazza Garibaldi, per la costruzione e soprattutto per la manutenzione delle imbarcazioni che vi approdavano.
I numerosi documenti d'Archivio di quel secolo non mi avevano fornito alcuna notizia al riguardo, anche se le diverse pubblicazioni sul nostro Sile fanno sempre riferimento ad un antico squero lungo l'omonima via, nelle vicinanze del noto ponte Dante.
Solamente in questi giorni ho avuto l'opportunità di chiarire molti dubbi: in un atto del notaio Bartolomeo Basso (archivio di stato, Sez. Not. I), infatti che porta la data del febbraio 1464 sotto il titolo "Transazione fra ser Vittore Massaria di Treviso ed il maestro calafato Francesco di fu Giovanni da Padova", si legge che il Massaria aveva in precedenza affittato allo stesso calafato il proprio squero "posto in Caffancello nei pressi della palata del Sile", ossia nella località "al Portello" di viale Jacopo Tasso. L'accordo fra i due, in quella data, mirava ad aggiornare la quota di locazione dello stesso manufatto, per la quale il maestro Francesco si impegava a versare ogni anno 10 ducati d'oro, di cui 4 a febbraio e 6 ad agosto, con l'obbligo tuttavia di provvedere alla copertura del cantiere, usufruendo dei preesistenti pilastri in pietra. Allo stesso maestro era inoltre concesso di terminare la sistemazione del proprio burchio presso un altro squero del Massaria (forse nel porto "di sotto" di S. Ambrogio di Fiera), senza alcuna maggiorazione d'affitto.
Per quel che mi è dato di sapere, si ha una sola testimonianza di quel vecchio squero, riportata nella cosidetta "Carta di Amsterdam" di Pierre Mortier della quale si occupò in passato il prof. G. Netto in "Le piante d Treviso dell'età napoleonica, 1790/1826" del 1975, in cui però l'autore non ha alcun riferimento a quella costruzione. In quella "Carta", raffigurante il centro urbano con i suoi dintorni, si può notare un minuscolo disegno (a volo d'uccello) di un modesto fabbricato, con la scritta "Schuero vechio", situato a sud-est della città, esterno alle mura, sulla destra del Sile, all'imboccatura dell'attuale ponte Garibaldi, per chi proviene da via Emiliani.
Il documento topografico, stampato in più edizioni nel settecento, potrebbe rispecchiare una situazione precedente se, come si può confrontare nella mappa d'inizio di quel secolo, n° 384 del quartiere di S. Zeno (vecchia b. 1190 dell'Archivio Storico Comunale), quell'edificio viene indicato come una "casetta, con la superficie di campi O, quarti 1 e 88 tavole" di proprietà del nobile Gerolamo Lin, del quale era fittavolo un certo Anzolo Cirico.
E' poco probabile, a mio avviso, che in quei secoli esistessero in città due squeri, a circa duecento metri l'uno dall'altro, anche in considerazione che a Fiera, come si è accennato, ne sorgeva un altro. Possiamo quindi ipotizzare (ma abbisogneremmo di ulteriori ricerche) che lo squero quattrocentesco di Caffancello presso la palada del Sile, si sia trasferito entro la cerchia cittadina (dando così il nome alla via) nel '500, allorché le mura ed il tessuto suburbano subirono delle radicali trasformazioni per la difesa di Treviso, in occasione della guerra di Cambrai (1500/1510).
Dal notaio Bartolomeo Basso veniamo poi a conoscere che il Massaria, oltre ai suddetti cantieri, possedeva "in Borgo Altilia in Caffanzelo" una fornace con tre campi di terra, confinanti per due lati col monastero di S. Paolo, che, alla morte del massaria avvenuta il primo dicembre 1473 il figlio Francesco la concesse, in livello perpetuo al barcarolo Giovanni di fu Benvenuto Machafava e per una cifra annuale di 100 lire, a partire dal 1 marzo sucessivo.
Si può ritenere che proprio nello squero della palada il burchiero Jorio Scaraffon da S.Antonio incaricò nel 1486 (15 sett.) il calafato Pietro Gibo di sistemare il proprio burchio con un spesa prevista di 19 ducati (circa 120 lire), pagandone nove subito ed il residuo con un ducato al mese "post aptationem". Il costo era elevato per quei tempi, ma anche il lavoro richiesto non era di poco conto. Infatti, il Gibo doveva provvedere alla riparazione del natante di Jorio sostituendo "8 sanconi con due corbe, 4 nuove assi di buon legno di quercia, 2 catene e 2 maestre di poppa"; doveva inoltre "impegolare con la stoppa tutte le commessure del burchio... inchiodandovi ogni sorta di incunabolo, adattandovi tutte le scope opportune e tutto ciò che fosse necessario a detta riparazione".

 
 

 

 
 

 
 

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