Saggi - La città di Treviso e provincia


 

Il Leone Marciano al "Portello"

 

di Andrea Bellieni

 
 

 
     
 

Un possente leone marciano cinquecentesco è infisso presso l'ex casello daziario, tra piazza Garibaldi e viale Tasso, all'inizio di quel tratto di mura, discretamente conservato, in prospicienza del Sile.
La sua particolare evidenza ne fa l'esemplare trevigiano più ammirato. Scolpito in candida pietra d'Istria, muso frontale corrucciato, fauci socchiuse, ali parallele e coda svolazzante ritorta ad "s", ci colpisce per il suo piglio fiero, fin quasi umanamente prepotente, e l'orgoglioso sbalzo dalla semplice cornice architettonica che pare contenerlo a stento. Il leone, oltre che per la sua qualità scultorea di bel Rinascimento, si segnala per la particolarità della scritta, dal forte accento patriottico nei confronti della Serenissima, incisa sul libro aperto al posto di quella consueta: 
UR / BEM / TIBI / DICA - TAM / CON / SER / VA (Proteggi la città a te devota).
Così come in vari altri casi trevigiani, questo simbolo della Serenissima non fu eliminato dai napoleonici nel 1797, forse per non trovarsi esposto su di una sede pubblica o in un punto di particolare evidenza, come i leoni delle tre porte principali, effettivamente subito smantellati.
La sua collocazione originaria era alquanto diversa dall'attuale. Per conoscerla precisamente è sufficiente osservare l'incisione col Portello e parte delle Mura dataci dal Nani (1846). Vi è raffigurato appunto il Portello, cioè l'arco con portone che, posto sul ciglio del fiume, consentiva lo stretto passaggio esclusivamente pedonale. L'angusto spazio era lasciato da un breve tratto murario che, divergendo al capo del lungo rettifilo proveniente dal torrione di Santa Sofia, avanzava ortogonalmente verso il margine fluviale. Sulla riva opposta a questo tratto se ne allineava un altro corrispondente, ugualmente breve, saldato al torrione di San Paolo. Entrambi i capi murari erano dei veri e propri speroni sul fiume, dato che da essi i muri scarpati, piegando ad angolo retto, proseguivano per alcune decine di metri parallelamente alla corrente, in direzione dell'interno della città. Sul lato di San Paolo, dove le muraglie affondano direttamente nel Sile costituendone l'argine, le strutture sono tuttora conservate. Ben visibili sono le varie bocche di casamatta per artiglierie, poco sopra il filo dell'acqua. Ad esse si sommavano quelle sulla opposta riva, poste dietro allo sperone del Portello. Inoltre qui, rivolto all'interno verso le banchine dello scalo portuale (odierna piazza Garibaldi), vi era l'edificio della dogana, che nel Seicento prese quasi l'aspetto di piccola villa veneta, con sopralzo a volute. L'insieme costituiva una efficace e innovativa difesa dell'accesso fluviale alla città, sul luogo della medievale "tolpada", con pali infitti sul letto del fiume, attraverso la corrente.
Vedendolo nell'incisione del Nani, il nostro leone stava appunto sul breve risvolto murario terminante a sperone sulla riva sinistra, a destra del Portello, sopra una bocca di casamatta. Così esso dominava, vigilante e "armato", sia il transito fluviale, sia l'accesso pedonale, quest'ultimo favorito dal giungervi del percorso rivierasco delle "restere" (alzaie), da e verso gli importanti sobborghi di Fiera e di Porto. Nell'incisione il leone, inserito come tuttora nell'incorniciatura architettonica, ha accanto, sulla sinistra, una lastra rettangolare su cui è, parrebbe a rilievo, lo stemma chiaramente leggibile come l'arma Mocenigo. Era ovviamente riferito al podestà Francesco, che sappiamo concludere queste opere nel 1519. Anche se non fu inquadrata dal Nani, è probabile che vi corrispondesse, sulla destra, l'arma del doge in carica Leonardo Loredan, oppure lo stemma cittadino.
Stando alla indicazione del Burchiellati, sembra che in origine vi fosse collegata una altisonante iscrizione celebrativa del Mocenigo. Non però quella oggi conservata a Casa da Noal, che, secondo la testimonianza del Semenzi (1864), pare accompagnasse un secondo leone oggi scomparso, probabilmente posto presso l'originaria dogana.
Il termine nel 1519 dei lavori al tratto murario a sud ovest e alla connessa struttura difensiva di questo delicato punto, rappresentò il rapidissimo completamento dell'intero arco difensivo della nuova e "moderna" fortezza trevigiana, iniziato nel 1516 dall'opposto versante a sud ovest, presso San Teonisto.
Questo luogo mutò radicalmente aspetto tra 1866 e 1867: tutte le opere cinquecentesche (mura, casematte, dogana ecc.) furono demolite e, al loro posto, fu creata una "barriera", con la palazzina del dazio e, di fronte, la più comoda e, finalmente, "carrabile" cancellata, retta da pilastri ottagonali in pietra sormontati da eleganti lampioni a gas. Il tutto, su progetto dell'ingegnere municipale Francesco Bomben (disegni originali, datati 1866, presso l'Archivio del Comune), veniva a concludere più che decorosamente la sistemazione della riviera, impegnativa impresa iniziata dallo stesso tecnico con la ricostruzione del ponte S.ta Margherita nel 1852. 
Il rettifilo murario giungente dal torrione di Santa Sofia fu fatto terminare, con nuovo raccordo leggermente curvilineo, contro il fianco destro della palazzina. Là presso, solitario, poggiato sul cordone in pietra, è ora l'emblema marciano, posto di prospetto alla carreggiata di Ponte Garibaldi, ponte aperto nel 1881 nella sua prima versione in ferro.
Segnaliamo a margine che un'ulteriore epigrafe al Mocenigo del 1519, orgogliosa per l'"incredibili celeritate" usata nelle costruzioni, si trovava infissa a mezzo del tratto murario verso il torrione di Santa Sofia, sopra il cunicolo da cui sbocca il canale delle Convenite (visibile l'impronta). Vi era associato lo stemma Mocenigo. L'iscrizione è ora nella raccolta lapidaria a Casa da Noal, lo stemma in quella nell'atrio della Biblioteca Comunale.

 
     
 

 
 

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