Saggi - La città di Treviso e provincia


 
 

Edison ed Hesperia

 

I palazzi del cinema del primo dopoguerra

 

 

 

“...Se le facciate dei due nuovi cinematografi cittadini si presentano come suggestivi affìches, le grandi aperture che vi sono ritagliate sembrano porte aperte nel misterioso mondo dell’impossibile. Gli arredi interni, dalle vetrate ai balconi in ebano, dalle tappezzerie ai fastosi lampadari, dalle cristallerie alle piastrelle decorate, tutto contribuisce a creare un tono di raffinata distanziazione dalle macerie e dalle baracche che popolano la città. Entrati nell’affiche si apre il mondo nuovo delle infinite possibilità, il mondo luminoso dei sogni possibili. E chi più si addentra nel labirinto di scale, oltre la grande sala decorata, si troverà infine a sbucare nel cuore stesso dell’immaginario più sfrenato. Sul tetto dell’Edison infatti si apre un nuovo fascinoso locale cinematografico all’aperto. Spazio fantastico parzialmente coperto da rampicanti che creano una volta arborea da cui emergono nelle notti serene suggestive visioni di stelle e di luna; nella notte, arabeschi di tenebre più fitte si addensano all’ombra del pergolato; mostruosi ragni e grandiose farfalle in ferro battuto si affacciano dai graticci frondosi dominando dall’alto gli spettatori. Lo spazio senza pareti, definito da elementi naturali che tendono a fondersi e mescolarsi con le strutture scenografiche di un artigianato kitch, ha ormai “indossato i costumi
dello stato d’animo”: travestimento seduttore pronto a fornire, nel suo grembo duttile, la credibilità ambientale ad ogni esperienza che si svolga su uno schermo galleggiante tra quinte di rampicanti.
Da quelle sedie sul terrazzo è possibile sentire il vento che soffia sulla banchina polare, vedere la grande luna che illumina le praterie del West, vivere l’orrore delle caverne sotterranee o ammirare dalle vetrate che danno sul parco i travolgenti amori che si svolgono negli interni di ville aristocratiche. Una scenografia che eccita all’ebbrezza e al sogno, come negli ottocenteschi salotti borghesi carichi di dissonanti oggetti o negli interieurs parigini descritti da Benjamin: “Vivere in essi, significava restare intessuti ed ermeticamente inviluppati in una tela di ragno, intorno alla quale l’accadere del mondo sta sospeso come corpi di insetti cui è stata succhiata la linfa. Da questa caverna non ci si può staccare”. Il cinematografo come cabinet particulier dove si sperimenta l’hascish, o forse, più semplicemente, dove si dimentica “l’accadere del mondo”, l’insinuante dispiegarsi di quel triste fascismo di una città di provincia.”

 

     
 

(Il testo è tratto da: Livio Fantina, La soffìtta e la storia, in L’Italia al Cinema; manifesti dalla raccolta Salce, Marsilio, Venezia 1992, p. 24\25)
Foto cartolina collezione Anselmo Lemesin.

 
 
     
 

 
 

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